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Ammaniti e la sua Anna saranno il nostro anno zero?

C’era una volta Anna.

Non è e non sarà l’inizio di una favola che racconterete ai vostri figli ma l’esordio di una lezione universitaria o di un corso sulla storia della serialità a cui i vostri figli, nipoti, o magari voi stessi, assisterete in un prossimo futuro.

Anna è la serie tv, tutta italiana, prodotta da Sky e firmata da Niccolò Ammaniti, autore del romanzo da cui la serie è tratta.

Il 23 Aprile 2021 qualche crepa si è aperta nel continuum spazio temporale dell’universo seriale, una crepa che ha inghiottito centinaia fiction e serie tv della nostra bella Italia, relegandole all’oblio.

Decine di prodotti risucchiati da un vortice che ha spazzato via tutto, con una forza dirompente tipica di fenomeni, naturali e non, nati per lasciare il segno.

Niccolò Ammaniti, forte della sua esperienza letteraria e forgiato dall’esordio seriale avvenuto con Il Miracolo (altra serie tv Sky Original) pochi anni fa, si ripresenta a noi in veste di demiurgo di un’opera, e di un mondo, tratteggiata prima su carta (Anna è un suo romanzo datato 2015) ed esplosa, adesso, attraverso immagini e personaggi che prendono vita e forma in una miniserie in 6 episodi.

Mentre scrivo questo articolo provo a fare uno sforzo, provo a pensare ad un titolo che, in questa prima parte di 2021, abbia avuto lo stesso impatto della serie tv di Ammaniti.

Non ne trovo.

Penso all’intenso It’s a Sin di Russel T.Davies, titolo capace di sprigionare emozione ed indignazione enorme intorno alla piaga sociale e sanitaria dell’AIDS negli anni della sua esplosione. Penso alle lancinanti sensazioni provate nel guardarlo ma non riesco a trattenerle a lungo, pronte a scomparire al solo presentarsi di quelle riaffiorate con Anna.

Raggiungo l’epicità delle 2 serie Marvel / Disney (WandaVision e The Falcon And The Winter Soldier) ma in un attimo una folata di vento Ammanitiana le spazza via.

E allora mi gioco la carta della sperimentazione, quella del podcast (?) apocalittico di Calls, targato Apple TV +, ma niente. Anche stavolta basta un un raggio di luce emanato dalla scrittura di Francesca Manieri (sceneggiatrice di Anna insieme ad Ammaniti) per far sciogliere la potenza di Calls come fosse una granita al limone lanciata nel cratere dell’Etna.

Anna ha rubato la scena a tutto e tutti.

Una folle poesia senza scrupoli.

Un rantolo di speranza nel caos più assoluto.

Un affresco nichilista in un mondo disperato.


Siamo in Sicilia.

Anna e suo fratello Astor sono soli; protetti da un bosco, e abbracciati nell’oscurità.


Chi sono?

Cosa stanno facendo?

Perchè sono abbandonati e avvolti dal buio?


Anna ed Astor sono 2 orfani, 2 dei tanti orfani rimasti sulla Terra.

Un virus, chiamato “La Rossa”, ha ucciso miliardi di persone.

Non c’è più traccia di una popolazione adulta.

Ogni essere umano, che abbia superato l’età della pubertà, è morto.

“La Rossa” attacca solo gli adulti, lasciando in pace i bambini.

Nel giro di pochi anni dalla sua comparsa ogni essere umano è morto, solo bambini ed adolescenti son sopravvissuti.

Per ora.

Il tempo, spazzerà via anche loro.

Più che sopravvissuti, i bambini di Ammaniti, sono condannati a morte.


Vivono sapendo di non avere un futuro.

Svolazzano da una casa all’altra, da un palazzo all’altro, da una piazza all’altra, con la leggiadria anarchica di chi non ha nulla da perdere e niente da imparare.

I ragazzi di questo mondo post apocalittico fanciullesco sono senza futuro ma anche senza passato.

I più fortunati hanno ancora delle reminiscenze del mondo “normale”, conservano ancora il prezioso ricordo del sorriso delle loro madri, del giudizio dei loro padri, della protettività delle loro maestre d’asilo, del candore dei loro amici e della spensieratezza dei loro fratelli e delle loro sorelle più grandi.

I più piccoli, come Astor, non ricordano, e dunque non sanno, nulla.

E’ un mondo di bambini analfabeti, privi di morale, privati di una guida.

Ammaniti non fa sconti.

Non ci prova neppure a raccontarci balle.

Una terra popolata da uomini e donne mai germogliati è una terra abbandonata a sè stessa.

Libero arbitrio e morale sono parole vuote scritte su libri che nessuno mai leggerà.

I bambini di Anna sono diavoli, peccatori, burattini senza destino capaci di ogni cosa.

Si tuffano nella tromba di un ascensore senza la sensazione della paura.

Ammazzerebbero e si ammazzerebbero per gioco.

Colorano i propri corpi esili.

Mangiano con voracità.

Mancano di ogni parametro di giudizio.

Le case sono devastate dalla loro furia.

Le strade disordinate come la loro anima.

Le loro menti ferme.

Le loro speranze mai nate.

I condannati a morte di Ammaniti vagano senza meta e solo coloro i quali hanno maturato una vaga e vuota coscienza, come la protagonista Anna, riescono ad andare avanti come se qualcosa di miracoloso potesse salvarli improvvisamente.

La straordinaria bellezza della serie tv Sky Original sta tutta nel contrasto poetico e folle tra le immagini e i suoni che Ammaniti confeziona per noi.

Una colonna sonora meravigliosa accompagna scene di disturbante pazzia.

I generi si mescolano come colori su di una tavolozza fino a formare nuove sfumature mai viste prima.

I protagonisti crescono sotto i nostri occhi, capaci di ogni efferatezza e di qualunque tenerezza.

Personaggi stravaganti e conturbanti affollano la Sicilia post apocalittica, raffiguranti un tempo scaduto come uno yogurt andato a male.

Sono “Cori ngrati” questi ragazzi, incapaci di ragionare col cuore, immutati nella loro incessante rincorsa verso il precipizio.

Anna non può essere derubricata come una “bella serie”, sarebbe assurdo.

Parlare di “capolavoro” sarebbe riduttivo.

La serie di Ammaniti è un punto di non ritorno.

E’ un numero 10 argentino che palleggia al centro dello stadio San Paolo anticipando la rivoluzione.

E’ il profumo di tabacco e caffè sull’isola cubana.

E’ lo “stay foolish” gridato da Ammaniti a tutti i suoi colleghi e a quelli che verranno.


Dopo Anna c’è solo Anna.

Non si torna più indietro.




 

Articolo da me scritto e pubblicato precedentemente su the flywas show

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