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Homeland: la fine perfetta di una serie longeva e camaleontica

Un sergente dei Marines viene liberato dopo anni di prigionia in territorio nemico, prigioniero di Al Qaeda.

Il sergente Nicholas Brody viene accolto con tutti gli onori del caso, in un America ancora ferita dagli attentati dell'11 settembre 2001 ed ancora a caccia di vendetta, di sangue. Il nemico è noto, è Al Qaeda, è Osama Bin Laden, qui rappresentato da un suo alter ego immaginario, Abu Nazir, ma è il medio Oriente tutto la vittima designata del governo americano ed, in parte, dell'intero occidente civilizzatore.

Era il febbraio 2012 quando Homeland piombò nelle nostre vite instillandoci un dubbio:


E se quell'eroe americano, durante gli anni di prigionia, fosse stato convertito, diventando, di fatto, la più grande minaccia per gli Stati Uniti D'America?


Il resto è storia.

Se avete visto la serie, saprete cosa è successo e cosa non è successo. Se non l'avete vista, beh, non aspettate ancora un altro istante e recuperatela.

Quella prima, dinamitarda, stagione valse una valanga di premi a Claire Daines e Damien Lewis, ed alla serie tutta, capace di vincere l'ambitissimo Golden Globe come miglior drama.

Erano gli anni in cui nella cinquina dei nominati c'erano serie come Breaking Bad e Boardwalk Empire, tanto per darvi la cifra dell'impatto che Homeland ebbe.

Col passare degli anni la serie di Showtime non sarebbe più stata la stessa, cambiando pelle continuamente e finendo presto per essere meno considerata nei grandi premi e meno amata dal grande pubblico.

Lo scorso 26 Aprile, con "Prisoner of War", è andato in onda il finale di serie di Homeland.

Come si soleva dire in questi casi, perdonando l'adattamento:

Homeland è finita, lunga vita ad Homeland

E una lunga vita, quantomeno una buona memoria storica capace di tramandarne le gesta, Homeland la meriterebbe tutta.

Come detto, negli anni si è trasformata, è evoluta, diventando un corpo sempre più estraneo alla prima stagione, ma rimanendo, paradossalmente, sempre fedele a se stessa.

La protagonista assoluta è sempre rimasta lei, Carrie Mathison (Claire Daines), agente della CIA, affetta da un disturbo bipolare, sempre pronta a tutto per il suo paese.

Una novella Jack Bauer in gonnella, molto più stratificata, tormentata e sfaccettata dell'iconico protagonista di 24.

Accanto a lei si sono alternati partner, amanti, spie, nemici, ma Saul Berenson (Mandy Patinkin) è rimasto saldamente al suo fianco.

Una strana figura paterna, sempre capace di salvare Carrie dai suoi stessi deliri ma anche sempre disposto ad usarla per portare a termine le missioni più delicate.

Carrie, anche a causa della sua bipolarità, non si è mai sottratta alle più incaute e pericolose manovre investigative e politiche, portando a casa numerosi successi, altrettante informazioni, ma anche un'enormità di conseguenze sulla propria vita privata.

Negli anni abbiamo assistito ad un ingiustificato abbandono da parte del pubblico, causato soprattutto dagli eventi occorsi nella terza e quarta stagione, molto criticate.

Con il senno di poi è importante dare atto che alcune delle scelte più osteggiate siano risultate scelte più coraggiose che dissennate, più armoniche di quanto si potesse immaginare allora.

Homeland è sempre stata la serie di Carrie e sulla sua evoluzione, ed è, anche , stata la serie che provava a raccontarci il mondo dietro le quinte, questo mondo impazzito post 11 settembre, troppo spesso diviso in elefentiache macchie di bianco e nero, di buono e cattivo.

Homeland ha saputo e ha voluto, fortemente, raccontarci il grigio dietro le crisi internazionali, a cavallo dei grandi eventi geopolitici degli anni 2000. Ha saputo, ha voluto, mostrarci il lato buono del male ed il lato cattivo del bene, confondendo le acque appositamente per tratteggiare quanto determinate situazioni siano talmente complesse da non poter essere banalizzate.

Spesso, Homeland ha anticipato i tempi, soprattutto nelle ultime 3 stagioni.

Molte notizie di politica internazionale occupavano le prime pagine dei giornali mesi dopo la messa in onda di un episodio o una stagione di Homeland che quegli eventi li aveva in qualche modo, pur nella fantasia che domina un prodotto di finzione, anticipati.

Pensiamo all'affaire Russia - Trump o all'ultima stagione che si apriva con una potenziale pace in Afghanistan, pace che sarebbe avvenuta, nel mondo reale, pochi mesi dopo.

Per chi ama indagare su quello che accade nel globo e sul perchè accade, Homeland è stata una finestra sul mondo al pari di reportage di guerra o di inchieste giornalistiche di spessore. Il centro è stato il medio Oriente ma, specie nelle ultime stagioni, esso si è spostato anche sulle ingerenze russe e sui cosiddetti nemici interni, quelle fazioni, sovraniste, estremiste, suprematiste, che hanno cambiato gli assetti della politica nazionale dalla vittoria di Trump in poi.

L'ottava stagione, quella conclusiva, prova a condensare tutte le anime che hanno composto la serie in questi anni, da quella spy a quella action, da quella personale a quella geopolitica, da quella drammatica a quella thriller.

Il risultato è stato notevole, frutto di una delle migliori stagioni della serie.


Spoiler sulla stagione conclusiva


Si ripartiva da dove la settima stagione era terminata.

Carrie, riscattata dopo la prigionia in Russia, viene sottoposta a cure ed interrogatori per assicurarsi che stia bene fisicamente e soprattutto mentalmente, e per accertarsi che non abbia rivelato nulla al nemico durante la detenzione sovietica.

Saul, intento a portare a termine i negoziati di pace in Afghanistan, si troverà a fronteggiare un'inattesa crisi dei trattati e dovrà nuovamente rivolgersi a Carrie per portare avanti delicate missioni secretate per scoprire chi, tra i tanti potenziali nemici, avrebbe voluto sabotare quei tanto lunghi e laboriosi negoziati.

Saul e Carrie si troveranno in un intreccio internazionale che coinvolgerà governo afghano, Pakistan, Talebani e ovviamente un governo americano che scimmiotterà l'attuale governo a guida Trump.

L'efficacia e il bilanciamento che quest'ultima stagione hanno confezionato sono stati impressionanti.

Oltre a conciliare tutte le anime prima descritte, gli sceneggiatori hanno saputo rispettare oltre ogni sospetto, i propri personaggi.

Saul e Carrie, sino all'ultimo istante, hanno visto evolvere la propria storia sino ad un finale perfetto che lusinga il percorso compiuto da entrambi e lo catapulta in un epilogo totalmente in character e al tempo stesso soprendente.

Durante tutta la stagione abbiamo vissuto la costante sensazione di crisi. Tutto è sempre stato in bilico e, sebbene ogni fazione tentasse di imporre la propria verità, ogni potenziale ricostruzione dei fatti è sempre sembrata plausibile. Questo ha portato alla realizzazione di un clima, per niente artefatto, di costante tensione.

Un thriller lungo 12 episodi e legato agli altri 84 precedentemente andati in onda da un filo rosso sottile ed elegante, mai ingombrante.

L'ultima stagione ci permette, come sempre, di riflettere sul momento storico che stiamo vivendo, un'epoca dove, alle tante armi a disposizione dei vari eserciti, sono insolite, ma altrettanto pericolose, le armi in possesso di governi, stampa e potenti.

Le Fake News stanno ridisegnando il mondo proiettandoci nella definitiva era della post-verità. Non più una verita assoluta, non più fatti interpretabili a seconda di pochi punti di vista totalmente legittimi, ma una costruzione artificiale di fatti confenzionati ad hoc per raccontare una verità compatibile con l'agenda politica di questo o quel presidente, di questo o quel governo, di questa o quella nazione.

L'ultima stagione è emblematica.

Un incidente in elicottero, sfortunato ma pur sempre accidentale, scatena una guerra che va ad un passo dal diventare globale. Una montagna di fake news e atteggiamenti pretestuosi porteranno ad un escalation di violenza e comportamenti non diplomatici, capaci di far saltare il banco.

Saul e Carrie, eroi contemporanei, riusciranno, non senza perdite e sacrifici, a salvare il salvabile ma pagando un costo altissimo.

E proprio nel momento in cui quel prezzo sembrava troppo alto per essere pagato senza rischiare la bancarotta, Homeland piazza quegli anticlimatici e poetici minuti finali.

Carrie e Saul oramai divisi, per sempre, riescono a perdonarsi, ad aiutarsi. Lo fanno a distanza, in codice, lontani anni luce da quelli che erano pochi anni prima.

La Russia non è mai stata cosi ingerente e pericolosa, Carrie non è mai stata cosi vicina ai segreti del nemico.

E cosi, con un ultimo e capitale sacrificio, Carrie si immola verso una vita di continuo raggiro, continua finzione. Lo fa per espiare le sue colpe, non verso un America che più volte l'ha respinta, condannata, allontanata e delusa, ma verso il suo mentore Saul.

8 anni dopo il loro rapporto è crollato ma non è morto, le loro vite hanno assunto un significato che solo loro possono comprendere. Carrie Mathison porta a compimento la sua parabola, riscattando i propri errori e trasformandosi nella spia con la S maiuscola, quella più profondamente penetrata tra le file nemiche, quella più insospettabile, e per questo la più preziosa.

Quel sorriso di Carrie è il sorriso di un'intera serie che sa di aver ricevuto meno di quello che meritasse, ma è consapevole di aver dato tutto.

Fino alla fine.




Trama: 9

Sviluppo Personaggi: 9,5

Complessità: 10

Originalità: 8

Profondità: 8

Cast: 8

Impatto sulla serialità contemporanea: 9,5

Componente Drama: 9

Componente Comedy:1

Comparto tecnico: 6,5

Regia: 6+

Intrattenimento: 7

Coinvolgimento emotivo: 9

Soundtrack: 6





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