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Il ritorno di The Handmaid's Tale non fa prigionieri (o forse si...?)

Siamo qui riuniti oggi per celebrare il ritorno di The Handmaid's Tale, la fortunatissima serie tv Hulu, in Italia disponibile su Tim Vision.

Nonostante la formula sacra con la quale ho provato ad introdurvi questo graditissimo ritorno, di sacro, in The Handmaid's Tale, c'è ben poco.

E dire che tutte le macchinazioni e le oppressioni che Galaad (o Gilead) ha architettato per soggiogare donne e menti, sono state realizzate proprio in nome di un Dio catalizzatore di giustificazioni più che di pentimento, di orrore più che di purezza.

La terza stagione, specie nella sua coda, era riuscita a resuscitare atmosfere e qualità della splendida prima stagione.

La quarta stagione riparte da quel cataclismatico finale e lo fa senza pigiare mai il piede sul freno.

Dei 3 episodi rilasciati è difficile scegliere un episodio migliore. Il trittico è organizzato alla perfezione, in modo da renderci partecipi di un gioco al massacro più grande di noi ma che oramai conosciamo a menadito.

Per chi volesse rituffarsi nella terza stagione per un piccolo salto nel passato, in questo post di qualche giorno fa vi avevo "regalato" qualche riflessione.

Per chi, invece, volesse piombare nella nuova stagione, vi aspetto dopo la mano insaguinata di Elisabeth Moss (sempre sia lodata)

Quanta strada ha fatto la serialità al femminile da quando June Osborne ha fatto capolino nelle nostre tv.

DI storie al femminile ce ne sono state tantissime, di racconti del dramma dell'emancipazione e della repressione ne abbiamo visti a bizzeffe, in tutte le salse, da Mrs America ad Unorthodox, passando per Little Fires Everywhere e Made For Love.

The Handmaid's Tale resta, però, la mamma di tutte le serie sulle donne, sul loro dolore, sul loro coraggio.

E' una serie distopica ma che potrebbe essere manifesto di tante lotte, e non a caso il vestito e l'effige delle ancelle è divenuto negli ultimi anni il simbolo movimenti femministi che si battono nel nome dei diritti.

L'inizio della quarta stagione sembra voler farci credere che le ancelle, e il Mayday sono pronte a passare dall'essere vittime indifese e senza armi al diventare un esercito capace di sferrare un attacco alla dittatura di Gilead.

Sono soprattutto i primi 2 episodi a farci sognare in una quasi sicura battaglia ad armi pari fra 2 fazioni che hanno sempre vissuto un rapporto totalmente squilibrato dalla parte dei comandanti e degli uomini degli ex Stati Uniti D'America. Le ancelle, ed in generale le donne di Gilead, siano esse delle Marte o delle ancelle, sono sempre state degli strumenti nelle mani degli uomini, molto più che degli oggetti, molto peggio che delle schiave, soggiogate sotto il peso della volontà di una dittatura subdola e spregevole come quella che riduce l'essere donna al mero atto del concepimento o della cura della casa e della famiglia.

A Gilead è tutto totalmente asettico, privo di amore, privo di futuro, privo di prospettiva. Se questo è vero in generale, è ancor più vero per le donne.

Vedere June e le altre affilare i coltelli e iniziare la lotta armata è qualcosa che mette i brividi e il sorriso, in una sorta di seducente balletto con la guerra e la violenza, con il sangue e la morte.

E' quello che accade in certi momenti storici, di fronte a determinate situazioni disumane e prive di alcun significato come quello che The Handmaid's Tale ci mostra nella terra abbandonata da Dio di Gilead, proprio quella terra che in nome di Dio compie ogni azione.

La rivoluzione deve essere per forza sanguinosa, per forza violenta, per forza armata, per forza priva di ogni compromesso morale.

Questo June lo sa e, sebbene si mostri titubante all'inizio, ben presto scioglierà ogni riserva, macchiando le proprie mani del sangue di uomini senza scrupoli, rispetto e dignità.

Il terrore è l'unica carta con la quale lei e le altre potranno giocare questa partita.

La partita è però lunga e lontana dal termine ed è dominata in maniera schiacciante da un tetro e deplorevole avversario che non lesina colpi bassi.

Se i primi 2 episodi ci avevano proiettato verso una speranza netta, seppur truculenta e ricca di insidie, il terzo episodio ci riporta sulla terra, demolendo ogni speranza, nel pieno stile The Handmaid's Tale.

Si tratta di un episodio quasi anticlimatico rispetto ai primi 2, dove avevamo avuto l'impressione che l'avanzata delle ancelle potesse essere inesorabile.

Siamo a Gilead.

Non c'è spazio per la speranza.

Non c'è spazio per l'amore.

Non c'è spazio per la ribellione.

June se ne accorgerà, ancora una volta.

Qualcosa, stavolta, è cambiato.

June, seppure ingabbiata (che splendida assonanza con una delle scene più disturbanti di "Anna" di Niccolò Ammaniti), seppure annichilità, questa volta sembra avere una marcia in più, una motivazione in più e nessuna paura delle conseguenze.

La nostra ancella è pronta a morire e a vedere le sue compagne morire.

Non ammetterà compromessi stavolta.

In gioco c'è qualcosa più grande della sua stessa vita o della vita di altre donne.

C'è in ballo la salvezza dell'umanità, intesa nel senso più alto del termine.

Resisterà a tutto.

Darà del filo da torcere a Lydia e ai suoi carcerieri.

Non rivelerà loro il segreto che custodisce.

O almeno fino a che non si ritroverà occhi negli occhi con il sangue del suo sangue, quella figlia perduta che ora ha paura di lei.

Il mistero della maternità non sfugge neppure ad una rivoluzione.

La vita di un figlio vale di più della stessa salvezza dell'umanità.

Il tradimento di un ideale vale la vita di un figlio?

june si da una risposta, ma non si perdonerà tanto facilmente.

Non lo farà.

Nonostante questo la rivoluzione è partita.

Nonostante questo per June ci saranno momenti di possibile riscatto.

Questo è quello che sembra dirci il cliffangher finale del terzo episodio.

Probabile di si.