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Generation: piccoli We Are Who We Are crescono...euphoricamente

HBOMax continua la sua lenta risalita dopo il flop del suo titolo d'esordio Love Life.

Raised By Wolves prima e The Undoing dopo (ovviamente troverete tutte e 3 le recensioni delle serie tv della piattaforma streaming cliccando sulle parole sottolineate in rosso scuro. Servizio completo per i miei serialfillers) avevano rimesso in carreggiata quella che doveva essere la grande novità dello streaming 2020 e che invece è stata accolta con molta, forse troppa, diffidenza.

Quando alla festa ti presenti come + 1 di HBO è difficile che gli ospiti ti guardino come uno dei tanti.

Ad ogni modo ci sarà tempo e modo per la sorella streaming di Home Boxe Office di rifarsi pienamente. Con la sua quarta produzione HBOMax torna in territori molto più affini alla cable tv per eccellenza. Non è un caso che dietro quest'operazione vi sia una giovane autrice artefice di uno dei più grandi successi dell'età dell'oro di HBO. Lena Dunham torna a fare capolino, seppur solo in veste di executive producer, sul piccolo schermo dopo i fasti di Girls.

Questa volta presta il proprio nome, la propria fama per introdurre alla corte HBO i fratelli Barnz, autori di Generation.

E' questo il titolo della serie tv che vi ho introdotto facendo il cosiddetto "giro lungo".

L'abito non fa il monaco e a volte le apparenze (e i titoli ingannano).

Non è questo il caso.

Generation è esattamente una versione contemporanea e più ampia di Girls e il titolo rimanda effettivamente al racconto di una generazione, quella Z.

La collocazione, per quanto indefinibile, è semplice. Generation è un dramedy, per l'esatteza un teen dramedy.

Il protagonista principale è il giovanissimo, ma altrettanto esperto, Justice Smith (The Get Down), anche se sin dal pilot si evince come la serie aspira ad essere un racconto corale.

Dai primi episodi emerge chiara la volontà di affondare il coltello nella carne di un manipolo di ragazzi alle prese con la rapidità, l'incertezza e l'amorfismo dell'essere giovani oggi.

La questione di genere e la ricerca del proprio posto nel mondo, oltre che della propria identità, sono i cardini attorno ai quali ruota lo sviluppo dei personaggi.

Sono ragazzi che 50 anni fa sarebbero stati rinchiusi al manicomio o in prigione a causa del loro modo di vestirsi e comportarsi.

Sono i figli di una generazione costretta a rifugiarsi in sè stessa o dietro i monitor dei propri smartphone.

Come sarebbe stato lecito attendersi da una creatura afferente al mondo di Lena Dunham, anche Generation prova e riesce ad essere eccessiva nel proprio stile. Non si lesinano doppi sensi, non si mascherano organi genitali e scene di nudo o di sesso. All'eccesso carnale e fisico si aggiunge un eccesso se vogliamo socio-politico. Sono brevi e se vogliamo nascosti i momenti in cui il disagio esistenziale viene mostrato attraverso testarde battaglie sulla binarietà sessuale o sulla legittimazione del mondo LGBTQ. Sono battaglie importanti, caposaldo della poetica Dunhamiama, ma che qui ricoprono più che altro il ruolo di testa d'ariete atta a sfondare il muro dell'invisibilità della generazione Z.

E' una generazione che tutto può ma che nulla è.

I protagonisti possono permettersi il lusso di girare in abiti succinti, di tatuare sul proprio corpo qualsiasi cosa essi vogliano, di rincasare a qualsiasi ora ma, al tempo stesso, non conoscono un vero senso di appartenenza ma conoscono benissimo un senso di solitudine che i propri genitori forse mai hanno conosciuto.

In America, la critica ha accostato Generation ad Euphoria ed il suo protagonista Chester a Rue.

E' un paragone perfetto ma sin troppo facile.

C'era un tempo in cui tutte le serie "strane" e misteriose diventavano, di default, le figlie di Lost. Bastava qualche buon flashback o flash forward, qualche evento inspiegabile a condire la trama, et voilà, il gioco era fatto, salvo poi schiantarsi come l'Oceanic 815 nel mare di aspettative disattese.

Il clamoroso successo di Euphoria sta generando lo stesso effetto, e cosi, al primo scoppio di ormoni giovanili, alla visione di ragazzi problematici, alla prima apparizione di droghe e al pronunciamento della parola depressione, tutte le serie diventano eredi, figlie o sorelle di Euphoria.

I primi episodi, a mio avviso, ci hanno restituito una somiglianza molto più forte con un altro prodotto che ha sfoderato le sciabole nel 2020 con grandissimo impatto.

E' un prodotto HBO che ha dentro tanta, tantissima Italia.

We Are Who We Are, partorito dal nostro Luca Guadagnino, ha provato la stessa identica operazione che oggi sta provando Generation: raccontare l'immenso vuoto esistenziale della generazione Z, attraverso l'estenuante, e a volte inconsapevole, ricerca di un contenitore e di un contenuto ad essa congeniale.

Guadagnino l'ho fatto con il suo stile enigmatico e rarefatto, come ho provato ad analizzare in questa recensione, mentre Generation prova a farlo con tutta la sua americanità.

Per ridurla all'osso potremmo dire che Generation è un We Are Who We Are a stelle e strisce.

Con tutti i pregi e i difetti che questo comporta.




Voglia di continuare a vederlo: 8

Voglia di consigliarlo: 4

Originalità: 6

Cast: 6

Comparto Tecnico: 6

Dove Vederla: HBOMax

Anno di uscita: 2021