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Gli adattamenti televisivi e la sindrome del paragone con il materiale di origine

E' davvero difficile affrontare l'argomento che sto per affrontare.

I rischi, nel farlo, sono molteplici.

Potrei essere frainteso.

Potrei avere "ripercussioni" da parte di chi la pensa diversamente da me.

Potrei dire qualche baggianata di cui un giorno potrei "serialmente" pentirmi.

L'argomento è abbastanza semplice e, al contempo, abbastanza scivoloso.

Ho deciso di scrivere questo articolo poco dopo aver pubblicato la recensione sui primi 2 episodi di The Rings Of Power (qui trovate la recensione).

L'attesissima, e parziale, trasposizione delle appendici dei romanzi di Tolkien mi ha dato lo spunto per affrontare un argomento che spesso divide spettatori, lettori e spettatori-lettori.

Quale approccio utilizzare nel giudicare prodotti seriali provenienti da importanti lavori letterari, siano essi romanzi, collane o fumetti?

Nel rispondere a questa domanda proverò a portare degli esempi sul tavolo.

Il primo è forse quello che rappresenta, secondo la mia personalissima visione, il mix perfetto, il progetto vincente per antonomasia rispetto agli ultimi anni di televisione.

Sto parlando di Watchmen e qui potete trovare una mia vecchia e sentita recensione.

La serie tv HBO, disegnata e seguita da cima a fondo da Damon Lindelof (Lost, The Leftovers) ha sancito un punto di non ritorno nel rapporto fra fumetti e tv.

Il materiale originale era di quelli radiottivi per chiunque. Il fumetto forse più celebre degli ultimi decenni, Watchmen, già oggetto di una riuscita e controversa opera cinematografica, finiva, non senza polemiche, nelle mani dell'autore di Lost e The Leftovers.

Lo stesso Moore, autore della graphic novel, aveva ampiamente osteggiato l'operazione.

La HBO (qui una selezione di review di serie andate in onda sulla cable tv per eccellenza) sbaglia rarissimamente e con Watchmen conferma il suo fiuto.

Perchè questa operazione rappresenta la mia idea di trasposizione seriale?

Il tema è semplice semplice ma forse di difficile spiegazione.

Damon Lindelof non ripropone praticamente nulla del materiale originale.

Ne cambia l'ambientazione, cambia l'epoca, modifica i villain, modifica gli eroi. Nulla, della storia originale, resta intatto. Quello che però il Watchmen televisivo ripropone pedissequamente rispetto al materiale originale è l'atmosfera, il mood, il carisma, l'intento.

Ecco cosa dovrebbe proporsi come obiettivo un autore che si accinge a trasporre un libro, un fumetto, una qualsiasi opera letteraria di rilievo. Non è importante ripercorrere fedelmente i passi della narrazione di partenza, caratterizzare identicamente personaggi, luoghi, storyline. Quello che conta è coglierne pienamente l'essenza e riproporla, attualizzandola, innovandola, personalizzandola secondo il proprio stile, il proprio modo di creare e costruire un'opera che deve ad altri la sua origine ma che in tv verrà proposta con originalità.

Lindelof è riuscito ad essere originale e sperimentale senza discostarsi dall'anima dell'opera di Moore. Fedele ed innovativo allo stesso tempo.

Cosa si potrebbe desiderare di più?

Gomorra, in un certo senso, ha ripercorso la stessa strada (qui la recensione del finale)

Proseguendo in questa carrellata esplicativa mi è venuta in mente un'opera tutta italiana, di immenso successo che, discostandosi molto dal discorso fatto poco fa per Watchmen, è riuscita, comunque, a rendere benissimo sul piccolo schermo.

Sto parlando de L'Amica Geniale (qui trovate la recensione del finale della terza stagione), opera nata in collaborazione fra la Rai e la stessa HBO e che trae la sua forza dalla tetralogia di Elena Ferrante.

Per motivi diversi, la serie di Saverio Costanzo ha un merito enorme, merito che solo le serie ben ragionate e realizzate con passione ed intelligenza possono vantare.

Costanzo e gli altri autori sono riusciti a rendere "vive" le 2 protagoniste dei libri, Lenù e Lila, attraverso una caratterizzazione perfetta delle bambine divenute poi ragazze divenute poi donne. Casting perfetto, attenzione massima ai dettagli, location ideali e la capacità, anch'essa molto rara, di essere fedele al racconto, sia nel messaggio che nella messa in scena. E' una costruzione, se vogliamo, più didascalica e "facile" quella realizzata da Costanzo ma non meno meritevole. Cosi facendo, la serie è riuscita a regalarci, per immagini, quello che l'immaginazione, durante la lettura dei libri, ci aveva preannunciato. Il rischio, in questi casi, è di sbavare, anche solo marginalmente, e andare fuori i bordi delle forme che il lettore aveva disegnato per ciascuna storia, ciascun personaggio.

Un recente esempio, di successo, è certamente The Sandman (qui la recensione della prima stagione, qui quella dell'episodio speciale).

Tratto dal fumetto omonimo di Neil Gaiman, autore che ha collaborato alla realizzazione della serie stessa, The Sandman rappresentava il sogno di ogni appassionato del fumetto. Vedere il King Dream rappresentato sul piccolo schermo era qualcosa che da tempo veniva richiesto e che ha trovato nella serie Netflix una degna dimora.

L'errore, in cui The Sandman è caduto, è stato quello di cadere nel sempre più chiacchierato gender swap (basti pensare a John Costantine divenuto Joanna Costantine) e nel cambio di etnia di alcuni personaggi mostrati nel fumetto.

Lungi dal voler attribuire un'importanza narrativa rilevante a questa scelta, faccio notare come un lettore dei fumetti sia diverso da un lettore di romanzi. Quest'ultimo, infatti, può solo immaginare come certi personaggi siano fatti fisicamente mentre un lettore dei fumetti "vede" su carta i lineamenti, i colori e le fattezze dei protagonisti. Perchè, allora, assumersi il rischio di cambiarli?

Sono dell'opinione che l'omologazione vada sempre combattuta e che sia uno scandalo che 10,20,30,50 anni fa fosse tutto un pullulare di eroi caucasici ed un proliferare di personaggi di pelle chiara e che sia necessario rendere qualsiasi prodotto più inclusivi e rispettoso delle diversità che popolano il mondo, sono, però, anche fermamente convinto che l'inclusività non si faccia con il manuale Cencelli e che il cambio di etnia, genere o altro, rispetto al materiale originale, sia giustificato e giustificabile solo se realmente associabile ad una svolta di un personaggio o di una determinata storyline.

Deve essere, insomma, funzionale al racconto e non viceversa.

Anche Foundation, ad esempio, è stato vittima della stessa scelta, allontanando molti amanti dei libri di Asimov (la serie è tratta da Il Ciclo delle Fondazioni) che hanno mal tollerato alcune caratterizzazioni. Su Foundation, ad onore del vero, ha pesato anche il discostamento quasi totale dello script dalla storia scritta decenni prima da Asimov, senza riuscire ad essere incisiva come aveva fatto Watchmen sul trattenere la filosofia Asimoviana dentro la storia.

Ne ho parlato molto in questo post che vi invito a leggere.

Sono tanti, poi, gli esempi, di show che sono riusciti a rendere ancora più celebri i libri di partenza.

Penso a The Handmaid's Tale, dove una strepitosa Elisabeth Moss ha dato voce ad un personaggio tragico tratto dai romanzi di Margaret Atwood (qui la recensione della quarta stagione).

Mi viene in mente il fenomenale The Boys che ha letteralmente devastato il panorama supereroistico con una trasposizione indimenticabile, a differenza del suo cugino Netflixiano The Umbrella Academy che, come raccontavo in questo parallelo, ha preferito una strada totalmente intrattenitiva.

Di esempi simili ce ne sono tanti, dalla Anna di Ammaniti (qui la recensione) al recentissimo Five Days At Memorial (qui le first impressions), passando per Normal People (qui la review) e tantissimi altri.

La tv, insomma, è riuscita, spesso, a far conoscere, o riabilitare, romanzi, libri, fumetti non sempre conosciutissimi ma che, grazie alla trasposizione seriale, hanno vissuto una seconda giovinezza.

Tornando al punto, e tornando a Gli Anelli Del Potere, il messaggio che volevo lanciare a tutti coloro i quali passano ogni tanto dal bar di Nella Mente di un SerialFiller, fidandosi, di tanto in tanto, dei miei pareri, è quello di non farsi influenzare dal materiale originale da cui una serie è tratta e di giudicare la serie in quanto prodotto televisivo incastonato in un'epoca d'oro e frenetica come la peak tv.

I paragoni con i libri, i fumetti, i romanzi, vengono dopo. Sono importanti ma non dirimenti.

Ciò che conta è la serie.

Puro e semplice.

Se poi uno show tratto da un libro riuscisse ad essere bello anche in funzione del materiale originale, rispettandolo, arricchendolo ed esaltandolo, come fece Lindelof con Watchmen o Costanzo con L'Amica Geniale, e tanti altri esempi di successo, allora meglio ancora. Il paragone rappresenta un plus, un tassello ulteriore, un elemento aggiuntivo all'analisi e non esclusivo dell'analisi.

In altri termini, nel guardare The Rings Of Power non prestato eccessiva attenzione al riferimento o al dettagli di questa o quella scena, di questo o quel personaggio o rischierete di rovinare la visione dello show, di perdere di vista la bellezza (o la bruttezza) di quella particolare trasposizione.

Parere mio.

Consiglio di SerialFiller.


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