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Ozark: la serie tv che voleva essere Breaking Bad ha finalmente trovato se stessa

Vi ricordate cosa accadde nei 2/3 anni successivi alla fine di Lost?

Ogni anno venivano annunciate nuove serie tv con sempre il solito mantra:


"E' in arrivo la nuova Lost!"


Fox, Abc, NBC e altre emittenti, fecero a gara a chi potesse vantarsi di aver prodotto la nuova Lost, a quale potesse essere davvero in grado di raccoglierne l'eredità.

Inutile dire che quell'operazione "Legacy" fu un vero disastro.

Da Terranova ad Under The Dome, da Falling Skyes a The River, nulla fu neppure lontanamente paragonabile alla creatura di Damon Lindelof.

Dopo tante batoste, in molti abbandonarono l'idea di doversi mettere a caccia di una nuova isola.

Pochissimi anni dopo avvenne lo stesso con quella che su questo sito reputiamo la migliore serie tv mai esistita: Breaking Bad.

Cosi come Lost aveva cambiato la tv, soprattutto quella generalista, Breaking Bad aveva cambiato la percezione della tv, la percezione generale sul rapporto fra serialità e qualità, fino a scomodare addirittura Sir Anthony Hopkins che pubblicamente mostrò una lettera appassionata che aveva inviato al cast e agli autori della serie per complimentarsi con loro del lavoro svolto.

In tante avevano provato a catturarne lo spirito, compiendo spesso un errore madornale di fondo.

Chi cercava di costruire un nuovo Walter White partiva dall'assunto che bastasse prendere un uomo qualunque e trasformarlo in un criminale per avere lo stesso effetto.

E cosi, anche quell'operazione "legacy" fu un bagno di sangue.

Feed The Beast, Sneaky Pete, La Casa di Carta, Narcos, sono solo alcuni esempi (alcuni di discreto successo) dell'impatto che la serie di Gilligan ebbe, e tuttora ha, sulla serialità contemporanea.

Non è un caso che sia stata proprio una serie di Gilligan, non a caso lo spinoff di Breaking Bad, a riuscire nell'operazione. Better Call Saul è esattamente quello che Breaking Bad era stato. Un percorso lineare, impronosticabile, incredibile ma sensato, perfetto, coerente di un uomo tendenzialmente buono e onesto, verso la criminalità e l'inferno che essa produce.

Ma se Breaking Bad ha trovato una sua perfetta discendenza all'interno del suo stesso universo, non può dirsi lo stesso al suo esterno.

C'è stata, però, una serie tv che più delle altre ha smaccatamente preteso di essere la "nuova Breaking Bad". Quella serie tv è Ozark e da poco ci ha lasciati con un finale agghiacciante di terza stagione.

La quarta stagione sarà l'ultima e, insieme proprio a Better Call Saul, si preannuncia come uno degli eventi più attesi del 2021, seriale e non solo.

Mi rendo conto di aver speso ben 2500 parole per portarvi ad Ozark.


Il contesto conta


Come sempre, reputo opportuno dare offrirvi un contesto, onde evitare che questo diventi uno dei tanti blog dove parlare bene o male di una serie tv, dare qualche voto, puntare sull'emotività del pubblico.

Ozark è uno dei migliori prodotti degli ultimi 5 anni.

I suoi tanti riconoscimenti. Il fiume di nominations ai prossimi Emmy Award fanno di Ozark uno degli show più acclamati della storia recente della tv. Il cast stellare ha aiutato a mettere in scena un'opera potente.

Sapere che questo si inserisce in una volontà ben precisa di raccogliere l'eredità breakingbadiana ci aiuterà a capire perchè la terza stagione rappresenta l'esame di maturità (ampiamente superato) per il prodotto Netflix.

E', infatti, solo con il terzo capitolo che Ozark trova la sua identità, si distacca da ciò che avrebbe voluto imitare e diventa ciò avrebbe voluto essere. Le aspirazioni iniziali vengono addirittura superate.

Marty Byrde non è più un aspirante Walter White. Wendy non è la Skyler di turno. Il cartello di Navarro non è uno scimmiottamento di quello di Don Eladio.

Il percorso fin qui portato avanti trova il suo compimento in una straordinaria terza stagione.

E come spesso accade, per far si che qualcuno/qualcosa possa trovare la propria identità serve un fattore esterno, una variabile impazzita e imprevedibile che scardini gli schemi, che apra la valvola e ribalti il tavolo.

Quel fattore ha un nome ed un volto: Ben (Tom Pelphrey).

Il fratello di Wendy fa capolino nella seconda stagione con un cold open (di matrice BreakingBadiana) potente e misterioso.

Chi sarà questo professore che semina panico nella sua classe parlando di idealismo?

Dopo 2-3 episodi introduttivi ecco che la figura di Ben inizia a stratificarsi, il suo carattere a delinearsi, la sua complessità ad ampliarsi, la sua pericolosità ad essere sempre più palpabile.

Quello che la famiglia Byrde dovrà affrontare rispetto alle azioni, le minacce, l'essenza di Ben ci riportano indietro nel tempo proprio a Breaking Bad.

Jane, Gale, Mike, Il ragazzino in bicicletta, Crazy 8.

Sono alcuni cruciali punti di svolta per l'evoluzione di Jesse e Walter.

Ben rappresenta Jane, Gale, Mike, Crazy 8 per Wendy e Marty.

Dopo Ben nulla sarà più come prima.

Il suo ingresso è destabilizzante.

Marty e Wendy aprono la stagione con forti dissidi interni ma con una posizione piuttosto forte.

Sono finalmente al sicuro. Hanno dovuto pagare un costo altissimo per esserlo, ma adesso, finalmente, lo sono.

Ma la natura umana è imprevedibile e, proprio come un giocatore di poker resta al tavolo anche durante una serata vincente, i coniugi non riescono a fermarsi, ad accontentarsi, a placare le loro primordiali voci che urlano loro di andare avanti, continuare a giocare, continuare a rischiare.

Wendy lo farà perchè convinta di essere migliore del marito, spinta dal desiderio di dimostrare a se stessa che il suo non fermarsi davanti a nulla sia un pregio e non un difetto, una risorsa e non una minaccia.

Marty, che ben si sarebbe accontentato dello status quo raggiunto, lo fa di riflesso, per correre ai ripari, per provare a non ricadere negli stessi cruenti errori.