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Downtown Abbey: un drama divenuto soap opera (e viceversa)

Non ne avete mai abbastanza di serie tv narranti gioie e dolori della nobiltà anglosassone?


The Crown è solo la summa di tutto ciò?


Vi piace molto il british style?


Certe serie vorreste iniziarle da sempre ma rimandate costantemente?


Sono certo che Downtown Abbey incarni uno dei tanti esempi di un prodotto che ha incuriosito molti ma che non tantissimi in Italia hanno visto (anche se l'approdo su LA7 credo abbia invertito tale tendenza).

Sarà un lungo articolo, dunque tenetevi forte e mollate gli altri impegni. Per i prossimi 10 minuti vi voglio presenti, qui e ora.

Downtown Abbey rappresentava, forse, l’ultima grande serie (fatta eccezione per The West Wing) che mancava all’appello nella mia foltissima bacheca.

Dopo tanti rinvii, e grazie all’inclusione di tutte le 6 stagioni nel pacchetto Amazon Prime Video, nei mesi scorsi sono riuscito a colmare questa lacuna seriale.

Immancabilmente, oggi mi trovo a condividere con voi le sensazioni relative a questo lungo (ma in realtà neppure troppo lungo) binge watching.

6 annate (se escludiamo il film del 2019 ed il film in arrivo nella stagione 2021/2022) lungo le quali Julian Fellowes ha raccontato la storia della contea di Grantham, o casata Grantham, capitanata dalla famiglia Crawley.

6 stagioni per narrare le vicende legate ai 14 anni che vanno dal 1912 al 1926, attraverso gli occhi di 2 mondi distanti anni luce fra loro, ma che hanno convissuto, non solo metaforicamente, sotto lo stesso tetto, quello del castello di Downtown Abbey, da cui il titolo della serie.

I 2 universi di cui parlavo poco fa sono quelli dell’aristocrazia britannica, simboleggiata dal Conte Grantham, Robert (Hugh Bonneville), e la sua famiglia, e la servitù, capitanata dal maggiordomo Charles Carson (Jim Carter).

La contea (fittizia) di Downtown Abbey è uno dei tanti piccoli reami che compongono il regno di Edoardo V. Ogni zona è sotto il controllo, o meglio l’egida reale, di una famiglia di nobili origini e di grandi ricchezze. Famiglie come quella dei Crawley sono abituate a vivere in sfarzosi castelli, ad essere servite e riverite da decine di camerieri personali, valletti, cuochi, sguattere, maggiordomi, vice maggiordomi. Oltre a questo, tali casate hanno il compito e l’onore di presiedere, gestire, dominare tutto ciò che riguarda la contea, dagli ospedali alle tenute, dai cottage alle manifestazioni.

Parliamo di un potere enorme, depositato per diritto divino e per discendenza, nella “peggiore” delle ipotesi grazie ad eredità arzigolate o a matrimoni fra aristocratici e “plebei”.

Quello che oggi ci sembra lontanissimo, impossibile, totalmente iniquo, solo un secolo fa rappresentava la normalità in gran parte del mondo e di sicuro nella vicina Inghilterra, nel vicino Regno Unito. Con The Crown (qui trovate la recensione dell'acclamatissima e pluripremiata stagione 4) abbiamo imparato a familiarizzare con i riti e le “stranezze” reali. Il regno di Elisabetta II ha dovuto resistere all’assalto della modernità, riuscendo a reggere ma non senza perdere importanti pezzi (vedi lo sgretolamento del Commonwealth) e fare rinunce importanti, scendendo a compromessi che solo qualche decennio prima sembravano inaccettabili.

Julian Fellowes ci porta indietro di oltre un secolo per mostrarci il principio di quegli scricchiolii.

La rivoluzione francese prima, e la Grande Guerra poi, avevano messo in discussione re e regine e la monarchia, istituzione millenaria e immutabile, gambizzata appannaggio della Repubblica. Vènti anti monarchici soffiavano in tutta Europa e anche nella immaginaria Downtown Abbey quelle brezze iniziavano a far cadere le più solide consuetudini.

La famiglia Crawley è la rappresentazione vivente di quello che ogni famiglia aristocratica deve aver vissuto, pensato e subito in quegli anni. Lo sgretolamento di quella immutabile ed eterna impalcatura fatta di grandi sale e grandi feste, enormi carrozzoni e riverenze di ogni tipo, stava avvenendo sotto ai loro occhi.

La modernità stava spazzando via tutto e tutti e prima o poi avrebbe spazzato via anche loro.

Confrontare le convinzioni iniziali dei Crawley, e di tutti i nobili che abbiamo conosciuto lungo l’arco delle 6 stagioni di Downtown Abbey, con le rispettive certezze morali, quotidiane, comportamentali, politiche, filosofiche che riscontriamo nella stagione conclusiva, ci da la percezione di quanto siano cambiati i tempi, nel frattempo, e di quanto siano mutate le incrollabili filosofie aristocratiche. Per forzare un paragone relativo all’evoluzione dei personaggi ed al ribaltamento delle convinzioni nel corso delle stagioni, i Crawley replicano quanto abbiamo visto in Lost. 2 serie antitetiche ma che sono state in grado di far muovere i personaggi e smuovere le loro coscienze e incrollabili certezze nel corso delle reciproche 6 stagioni.

Ne abbiamo viste di ogni colore.

Matrimonio tra una figlia di una famiglia nobile ed un onesto lavoratore?

Roba da svenimento nel 1912. Non più nel 1926.

Avere un rapporto prima del matrimonio?

Impossibile nel 1912. Non più nel 1926.

Chiacchierare con una persona di diverso rango?

Praticamente proibito nel 1912. Non più nel 1926.

Empatizzare con un membro della servitù?

Segno di debolezza, nonchè inopportuno nel 1912. Possibile nel 1926.

Abbandonare abiti e capigliature classiche in favore di abiti più “succinti” e tagli più “mascolini”?

Distopia nel 1912. Non nel 1926.

Potrei andare avanti per ore ad elencare i cambiamenti avvenuti nel corso di quei 14 anni “fittizi” immaginati da Julian Fellowes.

Da questo punto di vista è stato abile il lavoro di Fellowes nel ricalcare gli eventi sullo sfondo, quasi mai mostrati o “urlati” ma sempre abbastanza pesanti rispetto all’economia della serie.

Dall’avvento della prima guerra mondiale all’eco del nazismo che stava per piombare sull’umanità, dall’invasione delle automobili all’approdo nelle case di “diavolerie” tecnologiche come il tostapane o l’asciugacapelli, dal proibizionismo alla mescolamento di razze e generi che stava per cambiare per sempre il modo di “vedere” il prossimo.

Se la famiglia Crawley è stata fondamentale per raccontare questi cambiamenti nelle zone “alte”, la servitù, coloro i quali risiedevano nelle stanze più anguste, povere e polverose, ha permesso all’autore di raccontare tutto il resto e di delegare ad essi il compito di allacciare un rapporto empaticamente indissolubile con il pubblico.

Il vecchio maggiordomo Carson, monarchico leale e uomo dalla dignità granitica.

L’umile e generosa Mrs. Hughes.

La solare e luminosa Anna.

Il malefico ma fragile Mr. Barrow.

Il tragico e umanissimo Mr. Bates.

L’indisponente e giovane Daisy.

La perfida O’Brien.

L’instancabile Mrs. Patmore.

L’infaticabile e determinato Alfred.

Il goffo e colto Mr. Molesley.

Il bello e intrigante Jimmy.

Sono loro le facce, sono loro le vite messe in scena per creare quel legame con lo spettatore che i soli Crawley non avrebbero potuto garantire.

E sono loro i protagonisti di minuscole ma importanti tragedie, di insignificanti ma meravigliosi amori, di banali ma impossibili percorsi di crescita.

Insieme a loro abbiamo gioito e sofferto ed insieme a loro abbiamo imparato a capire quel mondo cosi patinato dei Crawley e cosi apparentemente irrispettoso e altezzoso ma che, anno dopo anno, si è rivelato solo come un risvolto essenziale di una medaglia a 2 facce.

Era un universo semplice quello che avvolgeva l’inizio del secolo scorso.

C’era chi godeva di ricchezze e potere e chi serviva e lavorava per costoro. I primi senza i secondi non sarebbero esistiti e viceversa.

L’incontro/scontro fra generazioni ha palesato quello che oggi è noto a tutti. L’emancipazione, la libertà, l’apertura di nuovi orizzonti culturali, sociali ed economici a tutti, ha reso la società più ricca di opportunità ma non per questo più giusta, più aperta al diverso ma non per questo più dignitosa, più piena di sfumature ma non per questo più viva.

Fellowes dipinge un quadro dove tutti i colori possono coesistere, ognuno con la propria rilevanza e dignità. I sudditi e i servi non soccombono ma arricchiscono le tinte di questo affresco. I ricchi e i nobili, se caricati dei toni pacati, comprensivi e intelligenti di cui sono stati “riempiti” i Crawley, non scaricano rabbie e apprensioni sui propri servitori ma li coinvolgono nel grande teatro dell’aristocrazia, non come oggetti semmai come strumenti, non come zerbini semmai come collaboratori.

L’equilibrio, se vogliamo utopico e buonista, con cui Fellowes soppesa il bilancino, è la forza di Downtown Abbey, una forza propulsiva che ci permette, pur nelle dovute differenze, di apprezzare tutti i personaggi, ognuno dei quali sarà agevolato da uno sviluppo lineare e costante della propria personalità e del proprio carattere.

Sono poche ma determinanti le figure “ponte” con le quali gli autori collegano i 2 mondi.

Tom Branson è sicuramente quello più emblamatico.

Servo diventato membro insigne della famiglia.

Rivoluzionario socialista divenuto nei fatti un, seppur morbido e dubbioso, monarchico o quanto meno uomo intelligente capace di giudicare gli uomini e non le classi e i ceti a cui appartengono.

Chaffeur divenuto “padrone” di casa.

E’ lui il “Desmond Hume” di Downtown Abbey, la silenziosa costante che attraverso traumi e tragedie, intolleranze e allontanamenti, preclusioni e diffidenze, preconcetti e snobbismo, è diventato artefice del successo di Downtown, parte integrante della famiglia Crawley, rispettato da contadini e sguattere tanto quanto medici e lord.

Ma non è il solo.

Anche coloro i quali sono nati servi e servi sono rimasti, hanno beneficiato della benevolenza, dell’accettazione e in certi casi della stima e della fiducia dei grandi lord.

Carson ed Anna ne sono l’esempio plastico.

Il primo è stato visto da tutti i membri della famiglia come il custode della tradizione, della memoria, della messa a punto precisa, perfetta e dignitosa della macchina di Downtown. Grazie al suo umile lavoro, alla sua dedizione, alla sua serietà, alla sua lealtà, Carson si è ritagliato un posto nei cuori di Lady Mary (Michelle Dockery), lord Robert e di tutti i membri della famiglia.

Anna, d’altro canto, custode di un segreto tremendo sin dai primissimi episodi, è stata talmente amata e apprezzata da Lady Mary da diventarne amica, confidente e donna da aiutare nei momenti del bisogno.

I lord di casa Grantham hanno trattato con rispetto tutti i membri della servitù, li hanno aiutati nel momento del bisogno, li hanno spalleggiati quando era necessario.

Un ritratto certamente buonista e idilliaco ma che è servito ad esaltare l’umanità dei personaggi e a farci sperare che in ogni caso quando l’uomo vuole essere giusto, solidale e dignitoso, non c’è ceto o rango che tenga. Tutto è possibile, anche con delle gerarchie cosi definite e pressanti.