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It's a Sin: la piaga dell'AIDS in ogni sua sfumatura

Ne abbiamo viste tante, tantissime di serie tv (Pose, Hollywood e tante altre) che, negli ultimi anni, hanno provato a farci rivivere l'epoca in cui l'AIDS si aggrappò a milioni di ignari e sfortunati esseri umani, trascinandoli nel peggiore degli incubi.

Malattia, solitudine, disprezzo e morte furono le 4 fasi che ogni malato di AIDS dovette attraversare prima di esalare l'ultimo respiro tra famiglie imbarazzate, istituzioni silenti, opinione pubblica oltraggiata ed un manipolo di amici a piangere la dipartita di un loro caro compagno.

Russel T.Davies è uno degli autori più sensibili a temi legati al mondo LGBTQ e, più in generale, al rapporto fra l'individuo e la società in cui vive.

Sono suoi capolavori come Years And Years, Cucumber, Banana, Tofu, nonchè la realizzazione di 3 cicli di Doctor Who.

All'inizio del 2021, Channel 4 ha mandato in onda i 5 episodi che costituiscono la nuova miniserie di Russel T.Davies, dal titolo It's a Sin.

E' un prodotto che si propone di raccontare l'esplosione dell'AIDS negli anni '80 e come essa abbia travolto migliaia di persone e sconvolto nuclei familiari spesso ignari, o disgustati, di quello che stesse accadendo intorno ad essi.

Channel 4 è un pò la HBO europea. L'emittente britannica è "colpevole" di averci regalato prodotti indimenticabili e dirompenti come Black Mirror, Queer As Folk (di Davies stesso) , Utopia e The End of thr F***ing World, tanto per citarne alcuni.

L'incontro con una mente geniale come quella di Davies ed il tema trattato, il modo in cui come il tema dell'AIDS è trattato, rende It's a Sin una delle serie tv più intense degli ultimi anni, fermamente decisa a raccontarci le pieghe di quel dramma collettivo senza essere mai particolarmente affrettata e netta nei giudizi.

It's a Sin è ambientata in UK negli anni '80.

Erano gli anni in cui l'AIDS iniziava a farsi sentire e la vita di tantissimi giovani iniziava ad essere completamente sconvolta.

La serie ci racconta la storia di un manipolo di ragazzi e ragazze, troppo oppressi emotivamente da genitori spesso duri e rigidi nell'impartire un'educazione ferrea e priva di scappatoie a figli che invece avrebbero voluto essere attori di un'esistenza senza freni e votata al cambiamento, all'impeto che esso avrebbe comportato e di cui esso si sarebbe alimentato.

Ritchie, con la sua vitalità, avrebbe inseguito il sogno della carriera da attore.

Colin, contraddistinto da una timidezza marcata ed un coraggio latente, avrebbe continuato ad essere un bravo soldatino nella fabbrica nella quale avrebbe fatto strada e scalato posizioni.

Jill avrebbe seguito l'istinto.

Roscoe il denaro.

Ognuno di questi ragazzi, però, avrebbe avuto in comune un sentimento ben più grande della carriera, dei soldi, del successo e questo sogno sarebbe stato rappresentato dalla voglia imprescindibile di essere parte di una famiglia.

Il desiderio di accettazione, unito al fermento vitale di chi avrebbe voluto solo amare ed essere amato, ha portato questo nucleo di ragazzi ad incontrarsi e formare una testuggine che avrebbe protetto loro e i propri cari dai proiettili e le frecce scagliate dal fato e dalla società.

Se l'AIDS è stata una piaga per la salute pubblica, essa è stata anche, se non soprattutto, una malattia sociale, una piaga che ha allontanato le persone le une dalle altre, seminando un clima di diffidenza e terrore che è, forse, stato il viatico alla società nella quale viviamo oggi.

Quello che Russel T.Davies vuole mostrarci va oltre la cronaca ed oltre la ricostruzione storico-giornalistica.

L'AIDS è piombato sulla società contemporanea, cambiandola radicalmente e spogliandola di tutti gli orpelli che il boom economico aveva regalato.

Di fronte alla morte e alla distruzione che il virus ha portato con sè, la società reagisce come peggio avrebbe potuto.

I malati emarginati, addirittura rinchiusi in determinate circostanze, privati della libertà perchè pericolosi. La comunità scientifica in difficoltà di fronte ad una reazione cosi scomposta dell'opinione pubblica che, in un batti baleno, ha equiparato l'AIDS alla lebbra e chi ne era affetto a mostri da isolare a tutti i costi.

L'onta dell'omosessualità ha contribuito a generare un ulteriore senso di disgusto nei confronti di chi, suo malgrado, aveva contratto il virus e vedeva scivolare via la propria vita a causa di una sconosciuta e vile infezione.

Questo duplice disprezzo ha portato ad una totale disgregazione delle famiglie e dei gruppi di individui che dovrebbero comporre una società serie e solidale.

Il conservatorismo della Thatcher ha fatto il resto, spaccando ulteriormente il popolo in mille pezzi.

A pagarne il prezzo sono stati loro, le vittime di questa guerra invisibile che ha mietuto morti e dilaniato anche gli spiriti più possenti.

L'unico conforto rimasto ai "lebbrosi" del ventesimo secolo è stato quello di riunirsi, insieme, sotto tetti tremolanti ma colmi d'amore, letti scomodi ma soffici d'affetto, tavole poco imbandite ma piene di sorrisi.

Ragazzi e ragazze, uomini e donne, considerati mostri lascivi e lussuriosi, ritenuti malevoli per sè stessi e per il resto del mondo, hanno saputo fare breccia nei cuori delle altre anime tormentate, dritti e uniti di fronte ai veri mostri: l'ignoranza e il virus.

Le storie che vengono messe sullo schermo da Davies sono spesso tragiche, come tragico è stato il destino di molti che hanno condiviso quel periodo storico, e l'autore riesce a caricarle di quel peso e quel dramma che spezzano il cuore.

Nonostante questo carico enorme gravato sulle spalle degli sfortunati protagonisti, sono essi stessi a reagire all'emergenza sanitaria e sociale con un piglio diverso e a tratti sconvolgente. Ritchie, Roscoe, Jill e tutti gli altri eccezionali protagonisti di questa storia, pur se, giustamente, colmi di paura, decidono di vivere quell'esperienza, che spesso li tocca in prima persona, con positività, accogliendola fino in fondo e provando a non farsi ammazzare 2 volte, prima dal virus e poi dal mondo circostante.

E cosi assistiamo a storie potentissime di emancipazione e riscatto o di semplice vissuto, di semplice normalità, condite da una straordinaria colonna sonora che va da Runnig Up That Hill a The Wild Boys, passando per Vienna.

Ed è anche la storia d'amore mancato fra molte famiglie e i loro ragazzi, le cui vite spezzate fungono da catalizzatore per rivoluzioni interiori di genitori troppo impegnati a prendersi sul serio per capire e sostenere i loro complicatissimi figli.

It's a sin è uno dei rari casi in cui il successo fa rima con qualità (altro che Behind Her Eyes!), uno di quei rarissimi momenti in cui la collettività sembra apprezzare qualcosa di crudo e forte e capace di impressionare e indurre alla riflessione.

It's a Sin è un prodotto se vogliamo semplice ma non facile.

Non è, infatti, difficile venire a conoscenza delle barbarie mediatiche e "popolari" a cui venivano sottoposti i malati di AIDS, colpevoli 2 volte per essere dei mostruosi omosessuali contro natura e degli appestati che avrebbero potuto mettere a rischio l'intera comunità. Non è difficile reperire informazioni su quel periodo.

Quello che è complesso è trasferire ad ognuno di noi la crudeltà di quei momenti, la quotidianeità terribile a cui erano, loro malgrado, costretti gli omosessuali in quel decennio. E' complicatissimo farci percepire il lutto costante, l'aria funesta, il terrore nel sapere che sarebbe stato l'amore a ucciderti, un rapporto sessuale non protetto, un preservativo rotto, un accidente avrebbe potuto porre fine alla tua vita proprio nell'atto più vitale che si potrebbe compiere.

Se il covid ci ha insegn