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Vikings: Valhalla della serialità accogli gli eroi di Kattegat e i figli di Ragnar Lothbrok

Quando nel 2013 History Channel lanciò la sua prima serie originale, lo scetticismo regnava sovrano.

Ma come può un'emittente che parla di storia, fa bei documentari, sarà super specializzata in gioielli della corona piuttosto che dinosauri, di cimeli della grande guerra piuttosto che di ghigliottine, produrre una serie tv degna di questo nome?

Quasi 8 anni dopo siamo qui ad onorare, celebrare e glorificare quella serie, divenuta nel frattempo un simbolo di una certa serialità, un titolo riconoscibile e riconosciuto, un cult per tutti gli appassionati.

Vikings ha raggiunto un grado di celebrità tale per cui se chiedessi a mio padre o al mio amico a-seriale o alla vicina di casa quale sia il suo immediato riferimento rispetto alla semplice parola "Vikings", è probabile che possa udire da loro la risposta che ogni serialfiller desidererebbe: "una serie tv".

Ebbene si, Vikings è questa roba qui, un prodotto che, pur con mille difetti, è diventato associativo ed identitario di quell'epopea norrenna che Michael Hirst ha voluto raccontarci attraverso 6 lunghissime stagioni.

Quella che sembrava e doveva essere la storia del popolo vichingo è diventata, sempre più, un romanzo di formazione per molti personaggi, un fantasy che mescolava la storia all'immaginazione, la leggenda di un popolo feroce e combattivo ma anche curioso ed esploratore. Vikings è stato un viaggio fra il sacro e il profano, fra vecchi e nuovi dei, una scoperta per noi spettatori e per i personaggi che dominavano la storia cavalcando verso un destino ineluttabile che lo scorso 30 Dicembre 2020 ha visto il suo compimento.

Vikings è tramontata insieme al decennio più florido per la serialità quello che dal 2010 al 2020 ci ha portato, metaforicamente, dalla Kattegat dei nostri televisori al nuovo mondo rappresentato dalle piattaforme streaming, dai dispositivi sempre più miniaturizzati, al binge watching e a terre sempre più ricche di novità e magari anche qualche insidia.

La seconda parte della sesta e ultima stagione si riallaccia temporalmente e narrativamente al conclusione della prima parte, quella in cui avevamo visto i figli di Ragnar Lothbrok contendersi lo scettro, armati dalla voglia di raggiungere la fama e il valore del defunto padre. Bjorn è ancora vivo ma la sua vita è appesa ad un filo.

Il primo episodio è tutto per lui, potremmo dire in suo onore ed è forse anche l'episodio più riuscito di questo lungo addio.

Bjorn compie l'estremo sacrificio raggiungendo con le sue gesta il Valhalla e garantendo al suo popolo l'ennesima vittoria.

Il modo in cui Bjorn esce di scena trasuda epicità da ogni poro.

L'immolazione, la statua, l'amore, la visione, la strategia, la battaglia.

Un gesto estremo che avrebbe reso sicuramente fiero suo padre, il leggendario Ragnar Lothbrok, uomo la cui fama e il cui coraggio trascendono confini e tradizioni e la cui benevolenza è agognata da ognuno dei suoi figli.

E saranno proprio i figli di Ragnar a rubare la scena in questo finale cosi lungo e inesorabile. Ognuno di essi sarà accomunato dalla stessa conscia e inconscia consapevolezza di voler essere amati dal fantasma del padre e di voler essere ricordati dalle generazioni a venire.

Bjorn Ironside compie per primo il suo destino e lo fa nella maniera migliore possibile per come il personaggio era stato tratteggiato negli anni.

Stessa cosa avverrà per ognuno dei discendenti diretti di Ragnar, ognuno compirà il suo destino nel totale rispetto della loro evoluzione come personaggi.

In questo senso è forse Hvitserk ad ottenere un importante riconoscimento.

Quello che da sempre era stato visto come la pecora nera della famiglia, il figlio più tormentato e fragile, riesce a venire a patti con sè stesso ed accettare quel malsano legame con il forsennato ed incontentabile Ivar The Boneless.

Hvitserk ad un certo punto accetterà il suo ruolo da comprimario e da comprimario potrà ripercorrere i passi e gli errori che lo porteranno a combattere l'ultima grande battaglia che i vichinghi combatteranno prima che la serie cessi per sempre di esistere.

Il suo purgatorio continua e continuerà anche oltre l'ultima scena finale, da cristiano o da norrenno, da figlio di Dio o figlio di Odino, da servitore o da traditore, nel nome di quanto abbiamo sempre ammirato in questo sconquassato fratello di Bjorn, capace di grandi gesti ma anche di gesti efferati e senza senso che ne hanno compromesso per sempre l'onore.

Ma Hvitserk è anche al centro di una delle 2 storyline palesemente fuori fuoco in questa ultima stagione.

Tutta la vicenda legata ai Rus è sì funzionale al nuovo approdo a Kattegat per lui ed Ivar ma è anche un inutile fanfara che disperde minutaggio importante per personaggi piatti e secondari come i Rus.

Nonostante l'epicità e l'introspezione generale che la serie riesce a regalare durante l'ultima parte di stagione ai fan, vi è stata anche una grossissima pecca. La storyline legata a Kattegat e alla lotta per il potere della città è sembrata terribilmente fuori giri e priva di ogni mordente. Personaggi molto poco slegati dalla saga, molto poco rilevanti ai fini della storia, assumono un'importanza assurda sin dal primo episodio di questa stagione finale. Ingrid ed Eric sono uno spreco di minutaggio. A loro viene dedicato uno spazio di cui si poteva francamente fare a meno per dedicarlo ai figli di Ragnar o a qualche battaglia campale che avremmo sicuramente preferito alle noiose e forzose avventure del duo.

L'unica a cui, invece, viene riservato un trattamento eccellente è Gunnhild. La donna, la Shield Maiden preferita da Lagertha e sua unica e vera erede, rifiuta di unirsi in sposa a King Harald Finehair, preferendo il gelido mare di Kattegat e la liberazione, simboleggiata anche dalla sua nudità, ad un'unione forzata e che nulla avrebbe avuto a che fare con la sua indole leale e combattiva che l'aveva resa amante, moglie, compagna e guerriera al fianco di Bjorn, unico vero erede di Ragnar per mille motivi.

Da una donna leale e dignitosa a colui che come un verme, come un serpente, è riuscito a sgattaiolare, strisciando, tra le sabbie del suo destino, pretendendo sempre maggiori successi, agognando una gloria sempre più infinita e sconfinata.

Ivar The Boneless raggiungerà gli Dei in un modo forse anticlimatico, invocando la giustizia divina, regalandosi ai cristiani in un sacrificio molto poco norrenno e molto più cristologico.

Ivar si immola solo dopo aver capito che la corona è pesante ed il potere è vuoto, ciò che conta è il nome, è che si conosca il nome, il suo nome nei secoli a venire. Il ragazzo abbraccia il suo destino dopo aver realizzato che anche il nome e la leggenda del grande Ragnar Lothbrok non supereranno lo spazio di un'altra generazione.

La gente dimenticherà anche il più grande dei guerrieri, come potrebbe non dimenticare anche il nome di Ivar?

Questa nuova e truculenta certezza consente ad Ivar di smettere di soffrire, di smettere di cercare affannosamente il suo posto nel mondo, la battaglia perfetta che consegnerà il suo nome ai posteri. Ivar The Boneless chiude il cerchio accettando la fragilità della sua eventuale leggenda e preferendo alla gloria eterna effimera la certezza del ricordo dell'unica persona che è stata accanto a lui sino alla fine.

Il sacrificio di Ivar è tutto per Hvitserk e fa contraaltare al sacrificio che Bjorn aveva fatto ad inizio stagione, dove Ironside si era immolato per un intero popolo.

Ed è in questo che il destino dei 2 figli prediletti di Ragnar prende una strada diversa.

Bjorn riesce a divenire un Dio, proprio lui che aveva vissuto come un uomo al servizio degli Dei.

Ivar si spoglia del suo delirio e si immola per un fratello, per una singola persona, proprio lui che aveva sempre professato di essere un Dio tra gli uomini, invincibile ed immortale.

A tal proposito è stupenda la sequenza della sua morte, con il ragazzo immobile ed il suo carnefice terrorizzato nonostante Ivar fosse inerme e senza protezione.

Ma se l'indole valorosa di Ragnar, il suo essere un guerriero invincibile, un motivatore, un leader, uno stratega, aveva in Bjorn e Ivar i 2 figli predestinati, è Ubbe a raccogliere l'eredità del padre esploratore, navigatore, insaziabile viaggiatore e uomo senza confini.

Nel suo peregrinare Ubbe finirà per incontrare la fede nella vita, nonchè un nuovo modo di intendere lo stare insieme grazie ai consigli di Othere ma soprattutto si ricongiugerà ad una figura affettiva mai cosi vicina a quella di suo padre.

Floki è il perfetto anello di congiunzione fra quello che era Vikings ai suoi albori e quella che è diventata.

E' innegabile che i tempi d'oro di Ragnar siano andati perduti dopo la sua dipartita ma è altrettanto vero che la serie non è mai deragliata davvero, nonostante l'assenza per alcune stagioni di uno dei personaggi più forti e imponenti della serialità tutta. Non crollare sotto il peso dell'assenza di Ragnar è stato un grande merito della serie che è riuscita a farci affezionare a personaggi allora quasi inesistenti come i figli di Ragnar.

La chiusura dedicata ad Ubbe e Floki finalmente sereni e fermi, immobili di fronte alla sconfinatezza del mare che tante volte hanno dominato con le loro barche, rappresenta un finale simbolico ed anticlimatico nel quale sono racchiuse sapientemente tutte le anime di Vikings. Quella guerriera si placa in favore di quella esploratrice, restituendoci una serie mastodontica come i suoi personaggi forzuti, altissimi e quasi animaleschi ma anche molto mistica e capace di prendersi delle pause di riflessione importanti per affrontare temi come la natura, la famiglia, la fede, l'appartenenza a questo mondo.

Di svarioni e lungaggini ce ne sono stati ma Vikings è sembrata una serie molto sincera.

Il finale non è quello che ci saremmo attesi ma è un finale che colpisce nel segno perchè capace di generare emozioni e scuotere, smuovendo qualcosa dentro di noi.

E' stato un finale giusto ed epico che ha saputo rispettare il percorso dei protagonisti e ha saputo evocare ogni singolo aspetto che abbiamo amato in questi anni rispetto alla serie di Michael Hirst.

Negli ultimi episodi ci siamo fortemente connessi alla serie e ai suoi personaggi, ci siamo sentiti parte di quel percorso, persi nella natura da loro attraversata e macchiata dal sangue che scorreva in battaglia.

Uno spinoff è già pronto sul tavolo ed esordirà in questo 2021 (a proposito non perdetevi lo speciale sulle serie inedite che andranno in onda nel 2021), figlio di una saga che continuerà a vivere non solo nel Valhalla della serialità.




Sviluppo Personaggi: 9

Complessità: 7

Originalità: 8

Profondità: 6

Cast: 8

Trama: 6,5

Impatto sulla serialità contemporanea: 8

Componente Drama: 9

Componente Comedy:1

Comparto tecnico: 7

Regia: 7-

Intrattenimento: 7

Coinvolgimento emotivo:9

Soundtrack: 7,5

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