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Sweet Tooth: la tenera avventura del bambino cerbiatto

L'ultima moda dei commentatori seriali sembra essere quella di sparare a zero su Netflix.

Tra questi, spesso, sembro esserci anche io, pronto a lapidare titoli come Lupin, Behind Her Eyes, che fine ha fatto Sara? e cosi via.

E' innegabile che la piattaforma streaming a cui dobbiamo moltissime innovazioni e soprattutto il superdimensionamento della serialità negli ultimi anni, stia virando verso la produzione di titoli molto meno coraggiosi e autoriali e sempre più trasversali e generalisti.

Per dirla in modo spicciolo, oggi Netflix preferisce la quantità alla qualità. Questo cambio di strategia determina la cancellazione di prodotti come G.L.O.W. e Jupiter's Legacy ad esempio e il cavalcare di robetta come Vis a Vis, Elite e Summertime giusto per fare qualche esempio.

Quello che, però, i detrattori tout court (dai quali dissento e ci tengo ad autoescludermi) dimenticano che nello sconfinato catalogo Netflix emergono, come sommergibili importantissimi film che spesso volano alla notte degli Oscar e serie tv di altissimo livello. The Crown ne è l'esempio più lampante ma anche il recente Fran Lebowitz: una vita a New York, o Snabba Cash o ancora Halston e ancora Love, Death & Robots e The Kominsky Method rappresentano il variegato mondo netflixiano di cui forse è meglio non lamentarsi.

Tra le ciofeche descritte all'inizio e le piccole perle citate un paio di righe fa, si incastrano prodotti che nascono per essere furbi e commerciali ma che, vuoi per lo stile, vuoi per lo sviluppo, vuoi per la messa in scena riescono ad essere abbastanza originali da affacciarsi anche alla seconda categoria, fermandosi esattamente a metà tra la ciofeca e la perla sbrilluccicante.

Uno di questi è Sweeth Tooth, serie tv netflix tratta dall'omonimo fumetto targato DC.

A tessere le fila di questa produzione è Jim Mickle, non proprio un nome altisonante ma uno che qualche cosina l'ha fatta intravedere.

Sweet Tooth è la storia di un bambino-cervo, di nome Gus, nato alle soglie di una pandemia (ecco che torna il tema più attuale che ci sia, proprio come accadeva in Anna).

Gus è uno dei cosiddetti ibridi, ovvero bambini nati metà esseri umani e metà animali, additati di essere in qualche modo dei mostri responsabili dell'insorgere della pandemia.

Per difenderlo dal mondo esterno, suo padre "Pubba", Will Forte, lo emarginerà nei boschi (e anche qui torna il paragone con la serie di Ammaniti) dove costruiranno il loro piccolo mondo, tra la natura e le speranze di non essere avvistati e catturati.

Quella di Gus sarà un'infanzia in stile caverna di Platone. Felice e sorridente insieme a Pubba, ma lontano dai segreti e le verità del mondo intorno a lui, un mondo che non conoscerà e di cui sarà alieno in terra.

La dipartita di Pubba lascerà il piccolo Gus solo al mondo e allo sbando, nonchè preda facile di coloro i quali equipareranno gli ibridi a dei veri e propri animali da cacciare, di cui vendere la pelle e appendere le teste al muro come si farebbe con un cervo cacciato con gli amici in una delle più barbare tradizioni umane.

Sarà l'incontro con Tommy Jepperd, interpretato da Nonso Anozie (Game of Thrones) a offrirgli in un colpo solo una nuova amicizia e la possibilità di esplorare quel mondo a lui totalmente ignoto.

Nonostante la ritrosia di Tommy i 2 si metteranno in cammino, spinti dall'entusiasmo e la tenerezza di Gus, bambino intelligente e audace ma soprattutto in grado di convincere anche un muro con le sue faccette dolci e la sua aria da orfanello.

Quello che funziona sin da subito è il rapporto fra l'omone e il bambino-cervo. I 2 sono un mix micidiale per la nostra amigdala, grazie ad un'alchimia respingente che li porta ad avvicinarsi sempre più. Più Tommy prova a fuggire da Gus, più Gus prova a stringerlo a sè rendendo la loro dinamica il vero valore aggiunto della serie.

Lungo il cammino che li porterà ad incontrare grossi pericoli e scoprire nuove atrocità, Gus e Tommy costruiranno una vera e propria nuova famiglia, impreziosita da amici occasionali e da un vero e proprio nuovo membro. Bear sarà il terzo incomodo rispetto alla strana coppia ma pian piano verrà a galla il lato più umano e conciliante della ragazza/Orso, dietro la quale si celerà una storia che credo sarà ben investigata nella seconda stagione.

Quella di Sweet Tooth è una bella fiaba contemporanea, travestita da fumetto e da adventure movie. Il ragazzo/animale, il padre affettuoso, l'eroe che non ti aspetti, il cattivo senza scrupoli, un mondo di fantasia sono tutti topoi del genere fiabesco che ritroviamo con piacere in questa serie molto più contemporanea di quello che avrebbe sperato di essere.

Se c'è, però, una cosa che in Sweet Tooth non convince, che anzi stride fortemente con la sua volontà di essere "qualcosa di più", è l'uso smodato del cosiddetto "deus ex machina".

Sono, infatti, innumerevoli le occasioni in cui, in momenti apparentemente senza uscita, arriva qualcuno o qualcosa a rimettere in carreggiata la storia, senza che vi sia un'apparente motivo logico.

Nella mente di un serialfiller è stata, è e sarà sempre una ONG che accoglierà sotto la propria tenda le serie talmente solide nella scrittura da non dover ricorrere mai all'uso di un tale stratagemma.

Sweet Tooth, temo, non salirà a bordo della mia nave proprio per questo motivo.

Mi ha divertito, intenerito, anche appassionato ma mi ha fatto cadere le braccia ogni qualvolta credevo/speravo di sentire il brivido del pericolo e dell'ineluttabile avvicinarsi e invece mi son trovato con un'insaponata che ha lavato via ogni tensione e pathos.

In definitiva, dunque, non mi sento di bocciare Sweet Tooth, anzi, sento di applaudire alla capacità di Netflix di regalarci un prodottino cosi piacevole e con dei personaggi cosi facili da amare. Non mi sento, però, neppure di esaltarla più del dovuto, come molti miei coetanei/colleghi/co-appasionati seriali (non so come chiamarvi pardon) stanno facendo da settimane.

E' una serie da 7 ad essere buoni. Non certo da 10.

La seconda stagione potrei seguirla come no, dipenderà dal tempo che sarà disposto a "perdere". Se dovessi seguirla ci sarà sempre una vocina che mi sussurrerà di non perdere troppo tempo dietro un prodotto cosi "facilone". Se dovessi decidere di "perderla" credo che quella stessa vocina potrebbe farmi sentire in colpa.