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The Crown 5 è avvolta da un profondo senso di tristezza e disarmo

La morte della Regina Elisabetta II vi ha rattristato?


Vi chiedete come sarà il regno di Carlo III?


Volete semplicemente assistere ad un'altra splendida stagione di The Crown?


Che The Crown sia, ad ogni stagione, una delle serie più attese dell'anno è un dato inequivocabile.

Che meriti tutta questa attenzione, lo è altrettanto.

Che abbia milioni di persone pronte ad intervenire sul web per dire se quella scena fosse vera o no, è ancora una volta impossibile da confutare.

Che sia una serie fatta coi controcrismi è qualcosa che vi invito a smentire.

La quinta stagione, dal 9 Novembre 2022 su Netflix, ne è, l'ennesima, conferma.

Qui un antipasto delle mie impressioni sui primi 2 episodi.

Dopo la foto di Carlo e Diana al cospetto della Regina, tutto il resto.

Ma prima date un'occhiata qui (non ve ne pentirete):


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L'8 settembre 2022, nel castello di Balmoral (che tante volte è stato protagonista nella serie) la Regina Elisabetta II, alla veneranda età di 96 anni moriva circondata dall'affetto dei suoi cari, molti dei quali abbiamo visto all'opera in questi 5 capitoli della serie di Peter Morgan e che in questa quinta stagione non pochi grattacapi hanno dato alla regina. Il Regno Unito tutto ha celebrato con dolore e commozione la morte della più longeva sovrana della storia, testimoniando un affetto che, forse, neppure ella credeva di avere suscitato. A succederla quel figlio primogenito che da decenni bramava il trono ma che con compostezza e serietà, soprattutto negli ultimi anni, ha atteso il suo turno e che adesso, con tutte le sue specificità, potrà mettersi alla prova e traghettare il regno nella modernità. Definitivamente.

Ho voluto partire dalla realtà dei nostri giorni perchè ho trovato tantissime convergenze con quello che la quinta stagione offre, specie nella figura di Carlo e di Elisabetta. Il loro rapporto, la loro visione della Corona, il loro essere cosi distanti nell'approccio alla modernità eppure la loro salda appartenenza a quel simbolo di solidità, unità e prestigio del Regno Unito, li rende cosi vicini e cosi profondamente ancorati a quel trono che dal giorno 8 settembre ospita Carlo e saluta Elisabetta.

E' ovviamente Diana la grande protagonista della quinta stagione ma, prima di addentrarmi sulle sue vicissitudini vorrei proseguire sul binario Carlo-Elisabetta.

Credo abbia molto impressionato tutti il ritratto che viene fatto di Carlo in questa stagione. Un personaggio, ovviamente, negativo per l'opinione pubblica, complice il naufragio del matrimonio con Diana, la rottura di quel sogno iniziato con le nozze più acclamate, seguite ed amate della storia dell'uomo, il tradimento, le telefonate piccanti con Camilla, le "sparate" pubbliche per attrarre a sè l'opinione pubblica stessa.

Cose che rendono Carlo, se vogliamo, il vero villain della storia delle ultime 2 stagioni ma che vengono compensate da un lato energico e frizzante dell'attuale sovrano che non tutti conoscevamo.

L'apertura verso quel Carlo ha consentito agli autori di riflettere più ampiamente, e serenamente, sulla condizione in cui la Corona versava negli anni '90, decade in cui il regno di Elisabetta ha vissuto i suoi anni peggiori. Non a caso uno degli episodi di questa stagione porta il titolo "Annus Horribilis".

Carlo si fa portatore di quella ventata di cambiamento che tutti abbiamo sempre individuato in personaggi ribelli come Margaret prima, Diana poi e Meghan oggi.

Ma se il vero cambiamento fosse proprio quello indicato e trasportato dal più insospettabile dei membri della famiglia reale?

In questo arco di episodi Carlo, interpretato da un ottimo Dominic West (The Wire, The Affair), appare una persona vitale, piena di idee, molto in contrasto con i suoi genitori e ricco di programmi innovatori che possano intercettare la modernità, le sensazioni del popolo e impedire alla Corona di crollare.

Simbolicamente bellissimo il suo viaggio ad Honk Hong e tremendamente attuale.

L'enclave cinese che oggi vive una stagione insidiosa, si è liberata dei reali e della Corona in un battito di ciglia dopo 150 anni di appartenenza al Commonwealth. In quell'occasione Carlo assisterà non solo al declino ma anche alla resa della Corona rispetto al vento del cambiamento politico, sociale e culturale che in quegli anni soffiava in tutto il mondo.

La paura di ereditare un regno che non sia più lo stesso che aveva ereditato sua madre decenni prima, e di regnare sulle ceneri di qualcosa che fu glorioso, lo rendono frettoloso, spinoso, pungente, irriverente nei confronti della famiglia reale stessa in cui appare, oramai, una pecora nera.

Il dialogo con la sua "mamà" è folgorante da questo punto di vista.

La sovrana è immobile, impassibile di fronte a cambiamenti che, però, la stanno scuotendo nel profondo. Condivide le paure, percepisce le difficoltà ma le affronta in maniera antitetica al figlio.

Laddove Carlo vorrebbe spingersi nelle braccia del popolo, Elisabetta afferma la propria superiorità simbolica come capo della Corona e della Chiesa Anglicana. Laddove Carlo vorrebbe umanizzare la Corona, Elisabetta ribatte ricordando che c'è, sempre simbolicamente, del Divino nella figura del sovrano. Laddove Carlo vorrebbe riforme profonde che intercettino i cambiamenti sociali (vedi il divorzio e la multiculturalità), Elisabetta ricorda che è proprio l'immutabilità di determinati comportamenti, regole e legami a rendere la Corona qualcosa di unico e inscalfibile.

Chi avrà ragione?

Il passaggio dal tormento intestino alla famiglia reale al popolo, alla vulgata, è immediato e ci racconta, attraverso l'invasione dei media che ben conosceremo nei 2 decenni a venire, di un mondo che sta irrimediabilmente consegnando simboli, tradizioni e sicurezze alla mercè dei trafficanti di notizie, dei contrabbandieri di verità.

L'epoca della post-verità albeggiava in quegli anni ma si nascondeva ancora tra i boschi.

Innegabile che il punto di vista di Carlo fosse il più vicino a tutti noi. Riformista. Idealista. Progressista. Popolare. Ma è questo che la Corona dovrebbe garantire? Riforme, ideali, progresso, vicinanza al volgo, adattamento agli usi popolari? La Corona dovrebbe seguire il popolo, in tutto e per tutto? I cambiamenti, in tutto e per tutto? I vizi e le virtù nazionali, in tutto e per tutto? Abbracciare la modernità, in tutto e per tutto?

O forse è proprio la sua stabilità, immutabilità nel tempo, fermezza a renderla incrollabile?

Cosa sarebbe oggi la famiglia reale britannica senza quel "the system" a proteggerla?

Sarebbe la solita combriccola di privilegiati bersagliati da chiunque, costretti a mostrare scontrini, a giustificare cene, vacanze e abiti a noleggio pur di sembrare più vicini a noi?

La Regina Elisabetta, se ha avuto un merito è stato quello di traghettare la Corona per 70 anni nella modernità, costringendo la modernità ad adeguarsi a lei e alla Corona e non viceversa.

Siamo sicuri che con la visione portata in dote da Carlo oggi la famiglia reale avrebbe lo stesso fascino agli occhi del mondo?

Ma il sistema, come ogni sistema, miete vittime in chi in esso viene ingabbiato, più o meno consapevolmente e quello dei Windsor non è stato, e non è da meno.

E qui arriviamo a Diana ma lo facciamo passando da Filippo, forse la prima vera vittima del sistema che ora protegge.

Come egli stesso dirà (impersonato da un eccelso Jonhatan Pryce) quel sistema è atto a preservare il prestigio e la solidità del regno e a proteggere colei che, volente o nolente, rappresenta per i britannici Dio e Regina, un essere quasi divino ed intoccabile che tutti devono, a loro modo sostenere, quantomeno davanti alle luci della ribalta.

Filippo tutto questo lo ha capito da tempo ed ha abbracciato quell'ideale secondo cui il sovrano viene prima di qualsiasi vezzo, capriccio o ambizione personale. Per quelle c'è modo e tempo di soddisfarle ma quel conta è proteggere, sempre e comunque, la figura che per tutti rappresenta qualcosa di più alto.

Per Filippo il sistema è stato una piaga che ha provato a sconfiggere con un sistema ombra fatto di combriccole, compagni, feste, hobby e passioni tutte coltivate più o meno alla luce del sole, e più o meno con l'avallo della sua amata moglie ma senza mai scalfire la potenza del simbolo che la regina incarnava.

Questo Diana, e Margaret prima di lei, e Meghan oggi, non lo hanno accettato, o almeno non totalmente. Per Diana l'infelicità era troppo forte, il vuoto dentro se troppo esteso per poter semplicemente sorridere alle telecamere e fare finta di nulla.

In questa stagione, e con grande sorpresa, emerge un rapporto molto più tenero e intenso fra Diana e Filippo, fra Diana e Lillibet.

Il dialogo fra Filippo e Diana, sul sistema e le sue implicazioni, è straordinario perchè mette in luce tutte le contraddizioni di quel sistema ma anche la necessità di sposarlo in toto.

La via di uscita c'è e Filippo la suggerisce senza ambiguità.

Diana annuisce. Promette silentemente di rimanere sempre fedele a quel sistema.

Non manterrà la promessa eppure, nonostante quel patto infranto avremo la sensazione che Diana non avrebbe potuto fare altrimenti.

Persino dopo l'alto tradimento alla Corona, attraverso la sua più celebre intervista alla BBC (che non si fece scrupoli a manipolare al Principessa del Galles per uno scoop giornalistico) sembrava chiaro che la regina fosse ancora disposta a perdonarla, ad empatizzare con quella che in quegli anni iniziava ad apparire a tutti come la Principessa triste.

Un cortocircuito che oggi, alla luce dei tragici eventi che tutti conosciamo, fa ancora più male e ci conduce a quel vortice di tristezza di cui parlavo nel titolo del post.

La maestria di questa stagione, per certi versi sottotono rispetto alle altre, sta proprio nell'averci mostrato come quella disfatta nascesse dalle singole infelicità di tutte le persone coinvolte più che dall'accanimento e la cattiveria dei singoli.

Come poteva Carlo non essere infelice?

Ha sposato una donna diversa da quella amata.

Gli è stato impedito di congiungersi a Camilla.

Ha vissuto nel tradimento tutta la sua vita matrimoniale.

Ha fatto del male ad una donna che, in fondo, amava ma non quanto Camilla.

Come poteva non essere infelice William?

Il futuro re ha subito tutte le onde emotive della separazione e del divorzio dei genitori.

Ne ha parato i colpi.

A suo modo, in tenera età, ha dovuto provare a ricomporre i cocci.

Come poteva non essere infelice la stessa Camilla?

Donna, che come Carlo, ha sposato un uomo diverso da quello amato.

Donna schiva e riservata che si è trovata, suo malgrado, a diventare la più odiata del reame.

Come poteva non essere infelice Filippo?

L'uomo più energico e sbizzarrito della famiglia bramava la felicità di Diana più che quella del suo stesso primogenito.

Il consorte reale avrebbe voluto che Diana brillasse di gioia dentro e fuori dalle mura reali.

Come poteva non essere infelice la Regina?

La sovrana, a capo della Chiesa, si è trovata costretta ad avallare e certificare la fine del matrimonio più favoleggiante della storia.

In qualità di capo della Chiesa anglicana si è trovata a dire di sì a qualcosa a cui, per "contratto" aveva e avrebbe sempre dovuto dire di no.

Si è trovata ad essere in parte causa della miseria di una coppia mai veramente nata ma che lei, più di tutti, aveva spinto per far si che diventasse la pagina di copertina del libro della Corona.

E ovviamente, come non poteva essere infelice Diana?

La principessa del Galles, inghiottita da una favola che le ha distrutto la vita.

Amare un uomo che non ti ama.

Vivere una vita che non ti appartiene.

Stare in silenzio di fronte alle ingiustizie.

Assistere ad un reiterato tradimento per 11 anni.

Essere messa in disparte da tutti.

Vedere terra bruciata intorno a te.