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The Handmaid's tale ritorna ma prima, facciamo un passo indietro

Questo articolo non vuole in nessun modo parlare o anticipare quanto avverrà nella quarta stagione, attesissima, di The Handmaid's Tale.

E' proprio l'approccio alla stagione numero 4 della fortunata serie tratta dai romanzi di Margaret Atwood che mi ha portato a ritornare indietro con la memoria a quella che fu la terza stagione.

Aiutatemi a rientrare nel mood, facciamolo insieme parlando, per sommissimi capi del terzo ciclo di episodi de "I racconti dell'ancella".

Quando 3 anni fa Hulu lanciò la prima stagione di The Handmaid's Tale il successo arrivò quasi inaspettato, ed in proporzioni gigantesche.

Troppo attuali i temi che, in epoca Trump, venivano affrontati.

Negazione delle libertà, estremismo, bigottismo e territorialità facevano della serie distopica di Hulu uno specchio dei nostri tempi.

Un game changer?

Non esageriamo.

Sicuramente quell'esordio ebbe un impatto meteoritico sul panorama televisivo, vuoi per la qualità indiscutibile della scrittura, vuoi per le ottime performance attoriali e vuoi, soprattutto, per la capacità di raccontare il presente attraverso un non precisato e un non probabile (ma possibile) futuro.

La seconda stagione aveva proseguito sulla stessa linea, tuttavia senza suscitare lo stesso impeto e ,non riuscendo ad essere abbastanza ed altrettanto ficcante rispetto a quei temi di grande attualità di cui parlavo pocanzi.

La terza stagione doveva segnare un cambio di passo o avrebbe corso il rischio "Game of Thrones" ovvero di perdere la bussola nel momento in cui la serie avrebbe "superato i libri".

Se ricordate, furono tanti i critici che ebbero modo di notare come Benioff & Weiss iniziarno a sbandare proprio quando gli eventi raccontati nella serie esaurirono quelli narrati nei libri di Martin.

A mio avviso, il motivo dell'implosione di Game of Thrones non fu quello. Ma questa è un'altra storia (se volete approfondirla cliccate qui)

The Handmaid's Tale, con la sua terza stagione, pare aver saltato il fosso, evitando di annaspare e di inventare robine strane giusto per allungare il brodo.

Andiamo con ordine.

La prima parte della terza stagione ha evidenziato difetti atavici della serie. June è sembrata troppo spesso fortunata e troppo libera rispetto a quanto Galaad potesse permettere. Non siamo riusciti quasi mai a percepire il pericolo che l'ancella stesse correndo, non per un mancato timore intrinseco alle scelte coraggiose (e a volte scriteriate) di June ma quanto perchè gli autori ci hanno ben presto abituati ad una sorta di "imbattibilità" di super-June (p.s. sempre sia lodata Elisabeth Moss).

Alcune scelte sono state costruite male e alcuni personaggi sviluppati troppo superficialmente.

A metà stagione la preoccupazione che tutto finisse in un gigantesco buco nell'acqua era enorme.

L'effetto Game of Thrones si stava palesando.

Abbiamo nuovamente respirato l'epicità e l'incombenza che avevano caratterizzato le che ci hanno fatto ricordare i bei tempi (andati) della prima stagione.

Il trittico finale, in particolare, è stato esaltante.

Abbiamo nuovamente respirato l'epicità e l'incombenza che avevano caratterizzato la prima annata, inebriati da quel clima di repressione e speranza, di lotta e di ingabbiamento, nella costante sensazione che una via d'uscita non ci fosse, nonostante ogni parte di noi, ogni cellula dei protagonisti volesse credere e volesse farci credere il contrario.

June ha finalmente preso in mano la rivolta, divenendo artefice del proprio destino, consapevole della propria forza e dunque non più soggetto-oggetto di eventi fortunati che le consentivano di evitare la forca ad ogni episodio.

La morte di Eleanor sta a June come quella di Gale sta a Jesse Pinkman o come quella di Jane sta a Walter White volendo fare un raffronto fra la serie e Breaking Bad, regina di tutte le serie.

Questo punto di svolta ha segnato definitivamente la storia di June, ne ha temprato il carattere, divenendo il turning point del personaggio.

E' stato un momento cruciale.

Un momento che si ripercuoterà, senza dubbio anche nel quarto ciclo di episodi.

Nella terza stagione la rivolta è iniziata, portando le prime vittorie, segnando il primo Ko per l'esercito del male.

Dall'arresto dei Waterford, all'uccisione di un comandante, alla liberazione di decine di bambini.

Potrebbe essere solo l'inizio ma tanto è bastato per dare una doverosa accelerata agli eventi, sempre più sconvolgenti e importanti.

La quarta stagione è appena arrivata e sarà lecito attendersi uno scontro sempre più ampio e aperto tra le forze in campo, con un allargamento molto probabile alle nazioni intorno a Galaad, chiamate ora a passare all'attacco per liberare donne e bambini dalla crudeltà dell'ordine ex statunitense.

Il finale poderoso ha permesso alla terza stagione di superare l'esame a cui si era presentata ad inizio stagione, facendo dimenticare i troppi errori della prima fase di quest'annata e rinnovando la curiosità e soprattutto la voglia di assistere ad altre stagioni di questa stupenda serie.

Un viatico niente male per chi, come me, è in attesa di ritornare nelle strade cupe e cimiteriali di Galaad, nella speranza del riscatto, e nella gioia di una libertà, questa volta definitiva, per autori e personaggi.


Voto Stagione 3:

7,5

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