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The Last of Us: a metà dell'opera non ho ancora trovato un difetto

Sono stato travolto dallo speciale 2022 (qui trovate l'intero recap), a tal punto da mettere in soffitta qualsiasi recensione, first impression o news sulle serie che, intanto, nel 2023 stavano esordendo o ritornando.

Tra queste ce ne era una che potremmo definire la più attesa dell'anno (anche se già so che ce ne saranno altre che definiremo allo stesso modo nei prossimi mesi) e che suscitava l'interesse di molti, moltissimi uomini e donne che nel mondo avevano giocato a quello che credo sia uno dei videogame più amati.

E cosi, ti piaccia o non ti piaccia quel mondo, The Last of Us è stata accolta dal tripudio generale ancor prima che potesse essere visto il teaser trailer, un tripudio al quale ho partecipato anche io inserendolo fra le serie più attese dell'anno in questo articolo.

E allora, seppur con ritardo, arrivo a voi con qualche umile parere sui primi 5 episodi.

The Last of Us è una bomba.

Ha tutto.

Non riesco a trovarle un difetto.

E' dinamite che riesce ad esplodere senza causare alcun danno.

E' un sole che riscalda senza accecare.

Una stella che ti guida in una notte buia senza farsi mai offuscare da alcuna nuvola.

Son partito troppo a razzo?

Avete ragione.

Prendiamo fiato.

Se l'anno scorso avevo avuto dubbi sull'operazione Halo di Paramount Plus (qui le first impressions), questa volta non ho mai temuto che potesse andare male.

HBOMax che prende in mano le redini dell'operazione e consegna il timone a Craig Mazin, ovvero lo sceneggiatura di una delle migliori serie del decennio, come Chernobyl è stata, mi lasciava dormire sogni tranquilli.

Pedro Pascal come protagonista ci sta bene sempre e rassicura più di un nonno baffuto e paffuto davanti al camino. Al suo fianco una cazzutissima reduce di Game of Thrones come Bella Ramsey. La consapevolezza che i soldini sarebbero stati investiti (anche se non come quelli investiti da Amazon per la deludente The Rings of Power) accresceva la fiducia. Il conoscere come lavorino da quelle parti rappresentava la definitiva garanzia.

Arrivato il momento, premo play e dopo pochi minuti è già amore.

The Last of Us tratta una pandemia come deve essere trattata a livello narrativo. Ci porta in media res, ci fa piombare nel caos, ce lo fa vivere, ce lo presenta per gradi in un tutta la sua folle e smisurata potenza.

Poi tira il fiato ed introduce le conseguenze di quella che da pandemia diventa un apocalisse zombie.

Su il sipario.

Si parte.

Quella partenza con l'acceleratore premuto al massimo è stata meravigliosamente fuorviante. Ad un certo punto, infatti, pareva quasi che lo show sarebbe stata tutto un addentrarsi nell'impossibile sfida contro degli zombie rapidi e voraci che parevano, francamente imbattibili.

Un abile e inatteso flashforward bello corposo, invece, ci catapulta in un mondo alla deriva. Morto, senza anima, abbandonato, difficile da abitare ma dove alcuni uomini, donne e pochi bambini sopravvivono.

Il tempo di fare la conoscenza di un altro faccino bellissimo e serialmente rilevante come quello di Anna Torv, l'eroina del sempre caro ed eterno Fringe, e di scendere a patti con questa cruda e crudele nuova realtà, che gli autori ci regalano quello che giudico ad oggi il miglior episodio della serie, nonchè uno dei più belli degli ultimi anni (credo proprio che nello speciale 2023 lo ritroveremo tra i migliori episodi dell'anno)-

Long, Long Time introduce 2 new entry, e guarda caso con i connotati di altri 2 attori amatissimi da noi serialfiller!

Nick Offerman (Devs, Fargo, Parks & Recreation) e Murray Burtlett (The White Lotus, Physical), sono rispettivamente Bill e Frank, 2 sopravvissuti la cui storia emoziona come poche.

Mazin dedica loro un intero episodio, lasciando respirare i protagonisti principali. Una serie che, nel pieno della sua corsa iniziale, proprio quando si sta presentando al pubblico e lo sta in qualche modo fidelizzando, riesce a prendersi una pausa dagli eventi principali per regalarci un episodio, tutto sommato filler, intenso e meraviglioso ma in quel momento completamente fuori registro, diverso per toni e per velleità da quanto avevamo sin lì visto, è una serie che ha gli attributi grandi quanto il Machu Picchu.

Le polemiche nate in seguito a questo episodio lasciano il tempo che trovano.

Long, Long Time è un episodio folgorante, delicato, tenero e soprattutto capace di comunicarci che anche in un apocalisse si può essere in grado di sognare, reagire, amare, scegliere il proprio minuscolo destino.

Una cosa altrettanto importante che l'episodio ci dice è che The Last of Us tutta è una serie che cerca di parlare dell'umanità tutta e dell'umanità intima e nascosta in ognuno di noi.

Quella che sceglie di tradire i propri ideali per salvare un bambino da morte certa.

Quella che vive di orrori ed errori ma ride a stupide battute.

Quella che lotta per i propri cari.

Quella che difende uno sconosciuto.

Quella che sogna la fine di ogni incubo.

The Last of Us è stata, sin qui, una serie mastodontica, per finezza della narrazione, per potenza, per perfezione stilistica e per la raffinatezza con cui riesce a maneggiare un genere che facilmente ha regalato ciofeche e difficilmente ha regalato successi.

The Last of Us sembra appartenere ad una terza categoria.

Quella dei capolavori.

Prima dei voti finali, vi rimando alla home di www.serialfiller.org per scoprire tutto il resto.

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