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Zero: attuale e simpatica, ma nulla più

C'era molta attesa per Zero, la serie tv Netflix completamente ambientata in Italia.

Che inizio banale il mio.

Rewind.


Zero è la serie tv Netflix ambientata in Italia, per l'esattezza a Milano, e con protagonista un giovane immigrato di seconda generazione, alle prese con problemi adolescenziali amplificati dal suo essere "diverso", dal colore della sua pelle, dalla sua condizione sociale e mescolati a sogni da vignettista ed un'inattesa scoperta.


Cosi va un pò meglio anche se siamo sempre nel quadro della banalissima sinossi.

L'uscita della prima stagione di Zero ha avuto un prevedibilissimo successo qui in Italia, figlio del livellamento verso il basso della piattaforma di Reed Hastings e in sintonia col fatto che negli ultimi tempi abbiamo visto esplodere il consenso verso prodotti di serie C come Behind Her Eyes, e di terza categoria come Che Fine ha fatto Sara?

Zero, per sua fortuna, non è cosi brutta, nè cosi superficiale, nè cosi pensata male.

E' anzi un prodotto godibile e spensierato ma che non si nega la possibilità di puntare il satellite verso temi molto attuali e di fondamentale importanza nel nostro paese, e non solo.

Dalla condizione dei rider all'edilizia popolare, dal capitalismo meneghino alla commistione fra criminalità ed impresa, passando per tutta una serie di temi sociali che ruotano intorno al tema dell'immigrazione e dell'integrazione.

Detto questo, aspettate ad esultare perchè Zero resta nel novero di quei prodotti netflixiani di seconda generazione, costruiti ad arte e mirati a raggiungere un obiettivo: portare a casa milioni di visualizzazioni con un budget risicatissimo.

La qualità della narrazione e la voglia di approfondire giornalisticamente dei temi pur molto importanti, come quelli sopracitati, è di certo passata in secondo piano rispetto al focus degli autori orientato al raggiungimento del più alto numero di persone con il minimo impegno economico e intellettivo.

Queste premesse servono a collocare Zero in quell'ondata di titoli furbetti ma piacevoli, impegnati ma non troppo. Il paragone più calzante che mi sovviene è quello con Lupin, non a caso altra serie Netflix (qui trovate la recensione della serie con Omar Sy).

Titoli che definirei "popolari", bravissimi a catturare l'attenzione del grande pubblico e a restare per un po nell'immaginario collettivo, ma incapaci di durare nel tempo e di inserirsi in una stretta cerchia di titoli imperdibili.

Per voi amanti della sinossi, Zero parla di un ragazzo afroamericano residente nei quartieri popolari milanesi, quartieri oramai divenuti dei veri e propri ghetti e sottoposti all'attenzione speculativa di imprenditori senza scrupoli. Anche il quartiere di Zero verrà assaltato da un'impresa immobiliare, decisa a "riqualificare" la periferia nella quale Zero abita, per farne un tranquillo quartiere residenziale dove far riposare le terga di finanzieri ed avvocati, startupper e incravattati vari che pullulano nella città più frenetica d'Italia.

Intanto, il nostro protagonista Omar/Zero (interpretato dal debuttante Giuseppe Dave Seke), si barcamena fra pizze consegnate in bici (e qui troviamo il tema dei rider), una famiglia vicina allo sfratto e il sogno di divenire un vignettista.

Un fortuito incontro durante una delle tante consegne, cambierà la vita di Zero, lasciandogli addosso la voglia di innamorarsi ed un'inattesa speranza di fare la differenza. Speranza che si infrangerà in un goffo inseguimento che rivelerà a lui (e a tutti noi) un superpotere di cui mai aveva avvertito la presenza: l'invisibilità.

E cosi, un racconto "sociale" finirà per intrecciare quello fumettistico, in una storia alla "Lo chiamavano Jeeg Robot" ma decisamente più vicina al teen drama che al romanzo di genere.

Il teen drama però sta un po stretto a questa serie, molto bisognosa di farsi sentire sul tema dei diritti, molto vogliosa di strapparci qualche riflessione, seppur superficiale, sul collocamento dei ragazzi italiani ma considerati non italiani, come Zero. Immigrati di seconda generazione li chiamano. Italiani, come noi, essi sono. Apprezzabile il tentativo, cosi come apprezzabile è il tentativo di mostrarci il cuore della periferia in contrasto all'avidità di certi imprenditori che nel Nord Italia, e non solo, mettono l'interesse davanti ad ogni cosa.

Non è una novità, e non lo scopriamo oggi, ma fa sempre bene sentirselo dire, vederlo raccontato.

Il problema della serie Netflix è che gratta solo la superficie, lanciando molti temi importanti ma senza raccoglierne la sfida.


Il ruolo di Zero, alla fine, quale è?

Che cosa potremmo fare per mettere fine alla piaga della discriminazione?

Quali sono i veri impatti della nostra intolleranza?

Che fine fanno i sogni dei rider?

Chi sono i responsabili di questa condizione?

Cosa muove l'azione dei vari protagonisti?


La serie offre delle risposte, e in alcuni casi lo fa in modo convincente, ma quando si tratta di affondare il coltello, gli autori scappano. Non ci sono reali analisi delle condizioni al contorno, non ci sono segnali di investigazione rispetto a quanto si voglia raccontare, non c'è molto di cui parlare alla fin dei conti.

Zero si rivela furba e simpatica, necessaria e utile, si lascia guardare, intrattiene e crea una, seppur piccola, mitologia interna.

E poi?

Cosa rimane di tutto ciò.

Nulla.

Il nulla più assordante.

Lo so, vi siete affezionati a tutti i membri della crew.

Sono simpatici e mostrano una gran voglia di vivere e sporcarsi le mani, di fare gruppo e di aiutarsi.

Tutto bellissimo.

E poi?

Cosa vi lascia questa storia?

Cosa? La bella storia di superpoteri legata all'invisibilità di Zero?

Oook...

In quel caso vi faccio notare che il mondo pullula di serie tv tratte dai fumetti, ispirate ai fumetti, con al centro eroi, poteri e tutta quella roba lì. Da