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The Kominsky Method: la fine tenera e trionfale di una serie da ricordare

E' terminata qualche giorno fa la terza ed ultima stagione di The Kominsky Method, una serie relativamente giovane che deve la sua fortuna ad una coppia di "vecchi" (i maniaci del politically correct mi divoreranno).

Uno dei tanti meriti dell'ultima, strana e commovente stagione di The Kominsky Method, è aver tentato di disarcionare la spocchiosissima moda del "questo non si può dire", "questo è offensivo", "quest'altro urta la sensibilità", "tale cultura è stata appropriata indebitamente" e cosi via.

Ad un certo punto si fa addirittura riferimento ad una versione dell'Otello shakesperiano con la faccia dipinta di nero e con una chiosa efficacissima del protagonista che dice che forse a quei tempi erano solo "più spensierati o forse più stupidi". E' l'attento ed ironico disappunto di un uomo la cui generazione sapeva prendere e prendersi in giro, sapeva piangere i propri eroi e vivere di eroismo, viveva la fame e pativa tante sofferenze, agognava il successo e bramava l'amore. Una generazione viva, illustremente rappresentata da fior fior di artisti e uomini di fede, di scienza, di lettere. Era una generazione che di certo non odiava più di quella attuale ma che al tempo stesso scivolava in fenomeni che radevano il razzismo, l'omofobia o, nella migliore delle ipotesi, l'insensibilità,

E' pacifico che, una generazione rappresentata da Sandy Kominsky (Michael Douglas) è una generazione di cui sentiremo la mancanza quando gli ultimi rappresentanti di quest'ultima ci diranno addio, nell'incessante scorrere e fluire del tempo.

L'addio ed il tempo sono 2 tempi cruciali in questo ultimo capitolo che di un inatteso addio si è dovuta fare carico e di esso si è nutrito per offrire l'ultimo afflato di vita al suo pubblico.

Da qui in poi qualche SPOILER lo troverete dunque non lamentatevi se poi beccate questa o quella notiziona che proprio non vi aspettavate.


The Kominsky Method, nonostante il titolo convintamente votato al personaggio interpretato da Michael Douglas, ha sempre tratto la sua forza dall'alchimia fra quest'ultimo e Norman Newlander, interpretato dal fenomenale e burbero Alan Arkin.

Alla fine della stagione numero 2, l'attore di Argo e Little Miss Sunshine, decise di abbandonare la serie, proprio all'alba del rinnovo per una stagione conclusiva. Tra mille congetture e famelici gossip quello di Arkin pare sia stato un purissimo addio da contratto, in quanto Netflix e Arkin avevano inizialmente concordato una collaborazione per 2 stagioni al termine delle quali, nonostante una proposta di allungamento per un altro anno, Arkin fece sapere di non desiderare il rinnovo per proprie e legittime scelte personali.

Come un fulmine a ciel sereno, Chuck Lorre (The Big Bang Theory) si è trovato a fronteggiare una situazione complicatissima come quella di continuare, e concludere, la serie che per tutti era diventata "quella dei 2 vecchietti simpatici e irriverenti legati da una splendida amicizia" in "la serie di Sandy Kominsky".

L'unico modo per gestire tale uscita di scena era quello probabilmente più ovvio: far morire Norman e mostrarne il funerale ad inizio della terza stagione.

Lorre decide di partire proprio da li, in media res rispetto alla funzione funebre che ci ricongiunge alla serie mostrandoci un Sandy alle prese con il dolore e l'incredulità per la morte del suo vecchio amico.

Se il primo episodio è stato tutto sommato "utile" più che entusiasmante, il meglio di se la serie è riuscito a darlo nei restanti episodi in un crescendo armonico parallelo a quello vissuto dal suo protagonista che proprio grazie alla dipartita del suo pazzo e brontolone compagno di avventure avvia un percorso di crescita strepitoso, simbolo di un essere umano che può dare sempre di più, può riuscire ad essere sempre migliore, può non smettere di imparare mai, neppure in quella che molti reputano la terza età, quella del crepuscolo, quella dei sacrificabili.

Nell'epoca del covid che "ammazza" gli anziani, The Kominsky Method ci ricorda quanto gli anziani possano essere vitali, e custodire la memoria dei tempi che furono ma soprattutto le maniere, l'eleganza, la saggezza, la prospettiva dei bei tempi andati.

Non è un caso se Sandy percorre gli ultimi km della sua esistenza spezzando quella sofferenza intimissima rappresentata dal sogno infranto mezzo secolo prima quando realizzò che essere un attore non sarebbe potuta mai diventare la sua vita.

In un meraviglioso cerchio che si chiude, quel cuore spezzato, quel ragazzo dal cuore spezzato realizza il sogno di una vita, proprio quando per molti suoi cari la vita sta scivolando via.

E' un sogno realizzato grazie a Norman (thank you Norman) e per Norman, a testimonianza di quanto gli autori siano stati bravi a rendere presentissimo il personaggio interpretato da Alan Arkin, pur senza mostrarlo mai, neppure un istante, a video.

L'assenza e la morte sono stati i pesi con i quali la serie ha bilanciato un salto in avanti verso l'ottimismo, la realizzazione, l'amore, la soddisfazione, la pace.

Non solo quella di Norman ma anche quella delle persone care che tornano e poi vanno, silenziosamente mentre combattono con una malattia o si chiedono come saranno gli ultimi giorni sulla terra.

C'è un monologo straordinario, nel quinto episodio, nel quale Sandy invita i suoi alunni a trattare con rispetto tutte quelle eventuali parti da recitare che li vedranno coinvolti in una scena di morte, la più agognata e sperata per ogni attore. Un rispetto che li indurrà a non forzare, urlare, esagerare, cavalcare l'emozione di una scomparsa ma a gestirla con impotenza, rassegnazione, dolore interiore e intima paura, e forse un po di rabbia per quell'ultimo respiro.

E' un Michael Douglas straordinario quello che ci saluta in questa stagione finale, quasi a ricordarci che chi da giovane è stato un leone ed un attore simbolo della sua generazione, conserva la sua classe cristallina anche da "fragile", cambiando continuamente registro, giocando coi toni, liberandosi dagli eccessi, recitando per sottrazione quando serve e con energia quando è richiesto, commuovendo commuovendosi, divertendo divertendosi, solo come i grandi attori sanno fare.

Accanto a lui, seppur per pochi minuti, un'altra leggenda di quella mitica generazione, quel Morgan Freeman che in un colpo solo, col suo personaggio, riesce a ridicolizzare orde di autori alla forsennata ricerca dell'equilibrio di genere ed etnia, vuoto equilibrio raggiunto spesso con vuote parole e quote rosa, azzurre, quote L, quote G prive di sostanza.

Non è un caso se Lorre sceglie di far pronunciare ad un mito della cinematografia afroamericana certe parole divertentissime e acutissime sulla "pulizia" di genere in tv.

E non è certo casuale che Lorre, dopo le accuse mosse alla serie per essere troppo "white", decida di scagliare più una freccia verso le logiche da "manuale cencelli" che regnano in tv e al cinema, come se una serie con attori prevalentemente bianchi dovesse essere brutta, discutibile e ferocemente attaccata ancor prima di iniziare. Recentemente ho guardato Master of None 3 dove credo non compaia un solo attore o attrice non afroamericana. Non mi sono mai chiesto del perchè non vi fossero attori bianchi o ispanici o asiatici. Ho goduto l'opera. A 360°, e ne sono rimasto ammaliato senza mai pensare a come sarebbe stata con 1 bianco, 1 ispanico e un coreano nel cast.

Certe battaglie sono giuste nella sostanza, non devono per forza essere accompagnate dalla forma o rischiano di essere solo uno specchio per le allodole come The Kominsky Method ci insegna.

Nella sua breve vita, durata un lampo di 3 stagioni, The Kominsky Method è riuscita a scavare, magari senza andare necessariamente a fondo, nella dolce insicurezza che permea il tramonto della vita di un uomo (in questo caso di 2 anziani e vitali signori). Chuck Lorre aveva saputo, quasi 15 anni fa, ridefinire la percezione del mondo rispetto ai cosiddetti "Nerd" grazie al suo epocale The Big Bang Theory. Con The Kominsky Method credo sia riuscito a fare lo stesso rispetto alla percezione che ognuno di noi ha della terza età e delle persone che si trovano, purtroppo o per fortuna, a viverla. Lorre, Douglas, Arkin e tutto il cast ci hanno regalato momenti di assoluta tenerezza e di scanzonata riflessione, magari senza essere sempre perfetti e impeccabili ma sempre col vezzo di chi quel qualcosa che stava raccontando ci teneva davvero a trasmetterlo bene ed in un modo ben preciso.

Anche a 70, 80 anni la vita può sorriderci, anche quando il volto è pieno di rughe e sono più i funerali ai quali partecipare che le feste. Anche a quell'età è possibile realizzare un sogno ed è per questo che il finale è perfettamente in sintonia con quello che la serie è stata e che, nella nostra memoria, sempre sarà.


 

Sviluppo Personaggi: 9

Complessità: 6++

Originalità: 8

Autorialità: 6++

Cast: 9,5

Intensità: 6

Trama: 6

Coerenza: 6

Profondità: 9+

Impatto sulla serialità contemporanea: 6,5

Componente Drama: 6

Componente Comedy: 8

Contenuti Violenti: 0

Contenuti Sessuali: 0

Comparto tecnico: 6

Regia: 6

Intrattenimento: 9

Coinvolgimento emotivo: 9

Soundtrack: 1

Produzione: Netflix

Anno di uscita: 2021

Stagione di riferimento: 3

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