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Fargo 4: tanto da dire, poco da ricordare

L'annuncio che Fargo avrebbe avuto una quarta stagione era stato accompagnato da un coro unanime di "non vedo l'ora", "finalmente", "grazie FX", e commenti di questo tipo.

La fine della quarta stagione di Fargo è stata, anticlimaticamente, seguita da moltissimi commenti del tipo "avrebbero dovuto chiuderla alla seconda stagione", "non se ne sentiva il bisogno", "Fargo ha perso la sua carica", "la peggiore delle quattro stagioni".

Seppur non universalmente, parrebbe che Fargo 4 sia stata poco apprezzata nel complesso, sia dal pubblico che dalla critica.

Io ve ne avevo parlato qualche tempo fa limitatamente alle sensazioni post premierè in questo post.

Come avrete avuto modo di leggere, erano, invece, tanti i motivi per proseguire la visione della quarta annata con rinnovato entusiasmo e speranzosi che Noah Hawley mettesse in piedi il solito delizioso circo.

Al termine della stagione, quale è il bilancio, dunque?

Positivo o negativo?

O, come Fargo stessa ci insegna, non è stato altro che uno scintillante grigio?

Proverò a rispondervi dopo l'immagine del nostro Salvatore Esposito faccia a faccia col suo telefilmico fratello Josto (Jason Schwartzmann).

Ritengo che i 30 minuti della premierè siano da consegnare a college, high school, primary school di ogni stato americano. Essi rappresentano un condensato di ciò che l'America è ed è sempre stata e ciò che ha sempre pensato di essere: un sogno.

Un sogno crollato sotto i propri piedi ma sempre rinnovato da nuovi schemi, nuove alleanze, nuovi sacrifici "greater good".

Lo scambio di figli per assicurarsi il controllo del nemico/amico è emblematico di quanto gli Stati Uniti abbiano sempre fondato il proprio sistema su una scala di valori sballata dove il denaro, il potere, il successo non sono mai riusciti a fare spazio a valori identitari e profondi quali gli affetti, la correttezza, la lealtà, la famiglia.

Non è un caso che proprio coloro i quali, nella serie, abbiano provato ad incarnare quei valori, pur nelle loro infinite sfumature, abbiano fatto una fine ingloriosa.

Dagli indigeni agli irlandesi, passando per italiani ed afroamericani, gli U.S.A. sono una terra che accoglie tutti, salvo poi soggiogarli, una terra di promesse infrante, un luogo dover poter mettere radici purchè si stia in disparte ad osservare l'uomo bianco o in generale il massone, il potente, il criminale, intento a dominare, dirigere, spazzare via con un soffio chiunque si pari davanti a lui.

E' la storia americana e non a caso il finale porterà proprio questo nome: "Storia Americana".

Un omaggio all'Italia e agli italiani, grandissimi protagonisti della stagione ma soprattutto un messaggio chiaro all'America e al mondo intero.

Nella terra della libertà vince il più forte, i diritti non sono eguali, il potere, l'apparenza, la forza del branco vincerà sempre sulle virtù del singolo, il sacrificio dell'individuo, la forza del gruppo.

Torniamo per un attimo all'Italia e agli italiani.

Noah Hawley ha voluto mescolare tantissimo in questa quarta stagione. Il suo magistrale e lunghissimo cold open ci ha mostrato quanto l'America di oggi sia figlia delle influenze di migranti, emigrati pronti a mettere a rischio tutto pur di raggiungere la terra di Abraham Lincoln.

Gli italiani, la mafia italiana, seppure nella sua accezione più atomica raffigurata dai Fadda a Kansas City, sono l'ultima dinastia, l'ultima "razza" al comando della città, della zona di interesse specifico dove Hawley diramerà le bisettrici del racconto.

Nel cast brilla Salvatore Esposito, il Genny Savastano di Gomorriana memoria. Il suo Gaetano Fadda sale di colpi episodio dopo episodio, passando da macchietta un pò forzata a personaggio "fargo" per definizione. Come sempre Salvatore Esposito riesce a trasformarsi e prestare il suo fisico prestante, rotondo e imponente ad un personaggio sopra le righe che risulterà essere uno dei più importanti e riusciti.

Non solo "Genny" ma anche Ragno ed Acquaroli. Il primo, nonostante pochissimi minuti sullo schermo, riesce a ritagliarsi uno spazio di primo piano sia nel racconto che nella sua magnetica interpretazione. Il personaggio del "Samurai" Suburriano è invece il classico uomo nell'ombra, dietro le quinte, implacabile e silenzioso ma vero possessore di tutti i segreti. Anche lui diverrà sempre meno marginale nel corso della stagione, occupando un ruolo fondamentale soprattutto sul finale.

E' stato un anno sensazionale per l'Italia seriale.

We Are Who We Are e Petra, Marcello Fonte in I Know This Much is true, Ostia ed I May Destroy You, The New Pope e l'Amica Geniale, solo per citarne alcuni.

Questo Fargo all'italiana impreziosisce l'annata delle meraviglie per la nostra serialità.

Ma se l'Italia ha tanto di cui sorridere, stessa cosa non si può dire per il resto del cast.

Anche quest'anno Noah Hawley ci ha regalato un cast di primo livello con attori che mai avremmo immaginato poter ricoprire certi ruoli.

Da un Chris Rock in stile padrino ad un Jason Schwartzmann boss della mafia italiana.

Entrambi hanno dato grande prova di sè ma sono risultati lontanissimi dai fasti raggiunti da Billy Bob Thorton e Martin Freeman nella prima stagione, Kristen Dunst nella seconda ed Ewan McGregor nella terza tanto per citarne alcuni. Il gap è sembrato vistoso.

Ma se le prime linee hanno in parte fallito rispetto ai predecessori, non si può dire lo stesso con i personaggi che definiremmo comprimari in altre serie ma che in Fargo risultano essere pezzetti di un mosaico infinito nel quale ognuno ha un ruolo rilevante.

Timothy Olyphant e Jack Huston su tutti, oltre al nostro Salvatore Esposito, hanno regalato 2 personaggi iconici e indimenticabili, il primo con la sua parlantina che ha ricordato molto il Raylan Givens di Justified (interpretato dallo stesso Olyphant), il secondo con un personaggio turbato dagli orrori della guerra e colmo di tic nervosi che lo hanno reso un ricorrente e gustoso divertissment in una stagione altrimenti molto più cupa delle precedenti 3.

Nei suoi personaggi Fargo ha sempre trovato la carica aggiuntiva ad una struttura del racconto di per sè fenomenale.

Quest'anno è sembrato che Hawley abbia voluto rendere la stagione 4 più cupa, più seria, più universalmente riconoscibile, perdendo, al tempo stesso, una parte di identità e non riuscendo a regalarci quei 2-3 personaggi indimenticabili che ogni stagione ci aveva consegnato (pensiamo a Varga giusto per fare il primo nome che è saltato in mente).

Se c'è un difetto abbastanza palese è forse proprio questo. Ci siamo ritrovati davanti agli occhi il solito Fargo ma con la sensazione di non riconoscerlo più come il Fargo che ricordavamo.

Complice anche il ritardo notevole fra la terza e quarta stagione, ci siamo ritrovati un oggetto misterioso sperando che non lo fosse e al contempo un qualcosa di intrigante sperando che fosse più familiare.

Di per sè, Noah Hawley ci aveva sempre abituato a qualcosa di complesso ma affiancando al tentativo, sempre riuscitissimo, di approfondire la vita e il mondo, anche un aspetto più goliardico, grottesco, farsesco, in pieno stile Coen.