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The Politician: il carrierismo politico secondo Ryan Murphy

Ci sono autori divisivi (termine di "Montiana" memoria) ed altri molto polarizzanti. Apparentemente saremmo portati a pensare che divisivi e polarizzanti appartengano alla stessa categoria ed invece cosi non è.

I primi "spaccano" il pubblico creando una netta separazione non a-prioristica nei giudizi degli spettatori. I secondi invece generano una sorta di tifo intorno alle sue opere, con fan devoti ed hater altrettanto determinati. In questo caso la spaccatura è ancora più evidente ma è appunto una demarcazione pregiudizievole come quella che trovereste tra tifosi del Milan e dell'Inter fra Trumpiani e Obamiani.

Ryan Murphy è un autore che appartiene senza dubbio alla seconda categoria, soprattutto dopo la firma di un faraonico contratto con Netflix.

The Politician è la prima delle numerose serie che Murphy produrra per Netflix e nel giugno del 2020 è tornata con una seconda stagione.

C'è da premettere che la prima stagione non era stata accolta molto favorevolmente. Ci si aspettava di più o forse altro, dimenticandosi che Ryan Murphy è Ryan Murphy e va compreso, accettato e analizzato per quello che è e vuole essere. La sua carriera ha dimostrato quanto coraggio e quanta convinzione ci fosse nei suoi lavori.

E' riuscito a costruire uno stile riconoscibile e personale, ad ispirare il cambiamento mettendo al centro temi sempre molto rischiosi ma che lui ha saputo sdoganare. Basti pensare al fatto che una sua serie, Pose, sia stata la prima ad affidare un ruolo da protagonista ad una donna transgender.

La poetica di Murphy ci indica la strada e non può farci giudicare negativamente dei suoi prodotti solo perchè non ci piace quello che la sua poetica vuole mostrarci.

Spazio alle diversità, colori vivaci, ritmo incalzante, personaggi sopra le righe, trame piegate al servizio del messaggio e non viceversa.

Da Glee a Hollywood, da American Horror Story a Feud, passando per quel capolavoro di American Crime Story, il Murphy pensiero, pur nella sua ecletticità ruota intorno a questi pilastri, e non sarebbe di certo stato un contratto plurimilionario ad abbatterli.

E cosi anche The Politician ci ha mostrato altre sfaccettature di uomini e donne, ragazzi in cerca d'autore. Fieri della propria sessualità, ambiziosi, in fuga dalle convinzioni.

Payton Hobart è il protagonista ma come sempre anche quest'opera è molto corale.

Payton è un giovane con un sogno molto, molto ingombrante: diventare presidente degli Stati Uniti d'America.

Un sogno che è determinato ad inseguire, partendo dalla presidenza del college per passare a più adulte sfide, come quella per un posto al Senato, distretto di New York. Qui si imbatterà con una donna imbattuta da 30, Dede Standish, per nulla preoccupata da un rookie come lui.

Di per se la sfida fra i 2 non risulta avvincente, perchè decisamente poco realistica, ma ancora una volta sono i tanti piccoli messaggi a fare la differenza e a calamitare l'attenzione dello spettatore.

E cosi in soli 7 episodi, peraltro molto brevi, Murphy riesce a trasmetterci tantissima energia e lo fa attraverso l'entusiasmo dei suoi giovani interpreti, mossi da una sfrenata ambizione, è vero, ma anche pronti a lottare per quello che davvero conterebbe oggi sulla scena politica.

Il climate change è una sfida globale ma al tempo stesso che nasce dal basso, dalle piccole abitudini che riusciremo a cambiare, dall'impatto positivo che avremo con le nostre piccole scelte. Payton è portavoce di un sentire comune, di un'esigenza generazionale che sta via via diventando una vera e propria fede che possa ispirare un cambiamento a cui non possiamo rinunciare.

Nonostante la lotta al cambiamento climatico sia il filo rosso che collega tutta la campagna elettorale e di riflesso tutta la seconda stagione, non è con essa che si esaurisce la spinta propulsiva a riflettere sui nostri tempi.

In particolare, ha molto impressionato il terzo episodio, in cui viene ben sviscerato, con la solita ironia, il tema della cosiddetta "cancel culture" che sta diventando sempre più un'arma a doppio taglio oggigiorno.

La cancel culture consiste in una sorta di boicottaggio di personaggi o aziende pubbliche, ma ovviamente anche privati e sconosciuti, ree di aver adottato comportamenti poco politically correct. E' una lotta, come sempre, nata con i migliori auspici (frenare il razzismo, la discriminazione, l'hate speech) ma che adesso sta degenerando in vere e proprie caccie alle streghe spesso assurde (basti pensare all'abbattimento o alla voglia di abbattere le statue di Colombo e Churchill o anche agli effetti collaterali di sacrosanti movimenti come #metoo e #blacklivesmatter) e pretestuose che rischiano di rovinare vite e carriere senza un adeguato accertamento di effettivi comportamenti scorretti e offensivi.

L'etica e la morale non sono retroattive, la contestualizzazione è fondamentale e purtroppo oggi viviamo in un'epoca dove il contesto viene a malapena focalizzato in un qualsiasi dibattito, anche quelli più importanti.

Passando al micro, dopo aver dibattuto di argomenti cosi complessi, Murphy non rinuncia, come sempre d'altronde, a regalarci grandi riflessioni sull'amore e sulla vita, 2 costanti della sua filmografia. Anche qui, seppure con il consueto caos narrativo a volte spiazzante, riesce ad emergere la potenza dei legami che riusciamo a costruire, degli orizzonti oltre i quali vogliamo guardare, mettendo in risalto la potenza insita in ognuno di noi nel tessere relazioni che ci definiscono e ci accompagnano.

Anche in un mondo cosi caotico, anche in un gioco spietato come quello politico.

Un mondo, quello politico, che si arrichisce di una nuova divertente e ficcante parentesi, grazie alla storyline dedicata a Gwyneth Paltrow, novella aspirante governatrice della California che prima conquista tutti con le sue doti da influencer (vi ricorda qualcuno?) e poi, una volta ottenuto il consenso, spinge le masse verso decisioni molto populiste e di semplice comprensione (ancora, vi ricorda qualcuno?).


E' quasi una dimensione da comic relief quella della bravissima Paltrow, molto meno dirimente rispetto a quella della prima stagione, ma la vincitrice del premio Oscar per Shakespeare in Love è inaspettatamente a suo agio in questo ruolo.

Nulla da dire sul resto del cast, dove spiccano Judy Light e Betty Widler che sembrano essere nate per recitare nelle serie di Ryan Murphy.

In definitiva The Politician, con la sua seconda stagione, sembra aver convinto i detrattori della prima, pur non essendo cambiata di una virgola rispetto alla sua prima stagione.

Sarà che, forse, ad essere cambiati sono proprio i detrattori?

Aldilà di queste osservazioni sul ruolo ballerino della critica televisiva, sembra che Ryan Murphy abbia ricominciato a cavalcare l'onda regalandoci un prodotto frizzante e godibile con ancora molto altro da dire.



 

Sviluppo Personaggi: 6,5

Complessità: 6

Originalità: 9

Autorialità: 6

Cast: 6,5

Intensità: 7

Trama: 4

Coerenza: 3

Profondità:6,5

Impatto sulla serialità contemporanea: 6

Componente Drama: 5

Componente Comedy: 6

Contenuti Violenti: 2

Contenuti Sessuali: 1

Comparto tecnico: 5

Regia: 5

Intrattenimento: 9

Coinvolgimento emotivo: 9

Soundtrack: 5

Stagione di riferimento: 2

Produzione: Netflix

Anno di uscita: 2021



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