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We Are Who We Are: rarefatto e indispensabile, come l'aria

Luca Guadagnino è una creatura strana.

Un regista di cui vergognarsi e di cui andare fieri al tempo stesso.

Un ossimoro vivente.

Anche voi, suoi appassionati (sono sicuro che qualcuno che stia leggendo questo post lo sia), vi sentireste liberi e sicuri di consigliare ai vostri amici una qualsiasi opera firmata dal nostro talentuoso autore?

Ecco, ci avete riflettuto e son certo che la risposta è no.

Sapete benissimo, in cuor vostro, che il consiglio sarebbe rischioso, un mezzo suicidio. Avete paura che i vostri amici vi tolgano il saluto per avergli fatto perdere ore a guardare certe cose (apparentemente) senza senso alcuno.

Potremmo dire, senza dubbio esagerando, che vi vergognate di Guadagnino, o almeno che avete delle remore a pubblicizzarlo.

Astraendoci dalla "massa", dal meccanismo di condivisione a tutti i costi, dal volerci assicurare un posto al tavolo del mainstream, il discorso cambia e Luca Guadagnino diventa, specie per noi italiani, un orgoglio, un vanto.

Volendo forzare il paragone, Luca Guadagnino è il nostro David Lynch, non tanto per lo stile, assai diverso, ma per chè ogni sua scena trasuda di quella sensazione di "faccio quello che mi pare, racconto quello che mi pare. Se vi piace son contento, se non vi piace amen.".

Luca Guadagnino simboleggia la libertà, espressiva e vitale, e We Are Who We Are sembra essere la summa di questo discorso.

La serie tv andata in onda su Sky ed HBO, in contemporanea, in questo solitario autunno 2020, ha diviso fortemente il pubblico ma si è unanimemente affermata come un prodotto fresco, nuovo, unico.

Credo che, per chiunque faccia un mestiere che corteggia l'arte, questo sia il principale motivo di vita professionale. Ricevere un complimento del genere, per quanto possa essere accompagnato da critiche, spesso feroci, rappresenta l'apice della carriera di ogni artista.

We Are Who We Are è stata una sinuosa e rarefatta corsa sulle montagne russe. Essa ha confermato pregi e difetti che avevo elencato nelle mie proverbiali first impression, riuscendo, però, a migliorare in ogni suo aspetto, aggiungendo strati su strati ad una delicatissima lasagna tutta da gustare.

Non abbiamo mai davvero capito dove questa serie volesse andare a parare.

Questo ci ha confuso, ci ha trasferito un senso di smarrimento, ci ha demoralizzato talvolta, ma sempre, sempre, sempre ci ha ripagato delle attese e della fiducia concessa a questo strano autore.

Tecnicamente delizioso, narrativamente spaesante, diegeticamente non lineare, We Are Who We Are è riuscito ad arrivare al termine con un senso compiuto, tracciando una linea dritta fra il punto di partenza e quello di arrivo, una linea che ha dovuto percorrere le strade desolate ma vive di Chioggia, saltare sui divani delle ville venete, correre tra i supermercati tutti uguali della base militare statunitense, camminare sulle acque del mare italiano. Un percorso accidentato, non predicibile, a volte fumoso ma che ha temprato i personaggi, facendoli crescere, proiettandoli verso la conoscenza di sè e del sè.

A ben vedere, We Are Who We Are, ci regala un finale semplice, quasi banale ma che nessuno di noi si aspettava.

Luca Guadagnino è riuscito ad essere originale nella semplicità e questa, onestamente, è una qualità che solo i grandi autori posseggono.

Il viaggio di Fraser e Kate è stato però tutt'altro che banale, tutt'altro che semplice.

Una ragazza timida e apparentemente sicura e carismatica.

Un ragazzo estroverso, strambo, eccentrico e apparentemente confuso, insicuro, incerto.

Il loro passo è finito via via per sincronizzarsi, per avere la stessa lunghezza, la stessa ampiezza, la stessa cadenza.

Ognuno pronto a tuffarsi nell'oceano delle proprie emozioni, a tracciare le proprie linee di demarcazione,a scoprire la propria identità.

Hanno finito per trovarsi.

Right Here, Right Now.

In molti hanno trascurato la valenza metaforica del (non) luogo che Guadagnino ha scelto per rappresentare la storia di Fraser e degli altri ragazzi, ed in generale per manifestare i suoi pensieri sull'adolescenza, un periodo della vita da sempre indefinito ed indefinibile ma contemporaneamente decisivo per la crescita e la maturazione di ogni essere umano.

La base militare americana di Chioggia è il luogo perfetto per "contenere" il vissuto dei giovani protagonisti in quest'epoca cosi clamorosamente densa di contraddizioni e mancante di punti riferimento.

Ricordiamo che la serie è ambientata nel 2016, all'epoca dell'elezione di Donald Trump.

Anche la collocazione temporale non è affatto casuale.

Raccontare lo smarrimento di una generazione scegliendo il periodo dell'elezione più assurda e imprevedibile della storia del mondo, collocando idealmente quella generazione in un luogo americanissimo ma contestualmente evanescente, è stata una scelta brillante.

La base americana, uguale a se stessa in ogni angolo del mondo, ricca di ogni cosa, cinema, scuola, supermercati, strade che richiamano una qualsiasi strada, città, paese, sobborgo statunitense è l'emblema dei nostri tempi.

Tempi di grandissime opportunità ma terribilmente tendenti all'omologazione dell'individuo alla massa, tempi di condivisione totale ma di eccessivo e disturbante individualismo, tempi di sviluppo in ogni campo ma di grande regressione del genere umano.

L'isolamento surreale della base militare di Chioggia è perfetto per rappresentare questo stato di sospensione che i giovani, più di ogni altro, stanno vivendo oggi, ed in generale dal crollo delle torri gemelle in poi, e ancor di più dall'avvento dei social Media.

Fraser e Kate non sono altro che lo specchio nel quale riflettere e riflettersi.

Giovani perduti, che sembrano vuoti, spaesati. Ragazzi persi dentro la loro mente, vitrei mentre indossano i loro abiti sgangherati e ascoltano la loro musica preferita in ogni stante attraverso i loro auricolari.

Persone ancora poco mature, ancora non del tutto persone ma che vivono il momento della determinazione di sè.

Indagano lo spettro sessuale, si chiedono: chi sono io?